Il divorzio, un grande debutto al Teatro Sociale di Canzo

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Facciamo finta che vi invitino a un evento, che l’invito sia per due e che voi ci trasciniate l’amica vostra, quella che vi accompagna sempre e che non ce la fa proprio a dirvi di no, perché vi vuole troppo bene. Facciamo finta che sia una di quelle occasioni un po’ speciali, la prima di qualcosa, ad esempio, in cui è palpabile l’emozione di tutti. Facciamo finta che all’ingresso proviate a dire che voi in lista ci siete, accidenti, perché c’avete le prove, ma vi guardino come se vi voleste imbucare a discapito degli invitati, quelli veri, che agitano il biglietto con ansia e impazienza. Facciamo finta che, alla fine, per sfinimento, vi lascino entrare (con la sensazione che vi stiano facendo un favore di quelli che vi cambiano il karma) e un posto ve lo trovino, in qualche maniera: un posto a picco sulla tromba delle scale, da cui arrivano chiacchiere e voci (un’altra festa, probabilmente, o una tv, o un convegno di chirurghi, chissà, non lo sapremo mai), tra un corridoio e una sala rivestita da un pavimento di assi scricchiolanti, abitata da curiosi individui che ogni tre per due si sgranchiscono le gambe portandovi in un’atmosfera che Venerdì 13 levati proprio, facendovi soltanto intuire, a tratti, quello che si dicono i protagonisti sul palco, che stanno laggiù, da qualche parte, dietro a una fila di teste, mentre nella vostra, di testa, gira, in loop, «Lui era fisso che scrutava nella notte / l’ha vist na gota, ma in cumpens l’ha sentu nient / perché vederci non vedeva un autobotte / però sentirci ghe sentiva un acident» con la certezza che Jannacci avrebbe apprezzato. Facciamo finta che, alla fine, mentre ancora gli applausi dei presenti scrosciano copiosi, qualcuno vi inviti ad alzarti, togliendo fisicamente di mezzo la vostra sedia perché intralcia l’accesso al rinfresco, ma d’altronde vi siete imbucati, quindi non è che potete pretendere, santo cielo.

Facciamo finta, ovviamente, perché cose come queste non accadono, nella realtà, tantomeno in un teatro come il Sociale di Canzo, che sabato 8 aprile ha ospitato l’anteprima nazionale de Il divorzio, primo adattamento teatrale a cura di Magdalena Barile, per la regia di Luca Ligato e prodotto da Teatro in Mostra, di Divorzio all’italiana, pellicola del 1961 diretta da Pietro Germi. Una commedia elegante ed esplosiva, che rilegge la trama del film con gusto e grande ironia, affidata a un cast davvero eccellente.

Laura Negretti interpreta una formidabile e assillante Rosalia, descrivendone, attraverso risate isteriche, gestualità marcate e godibilissimi strafalcioni linguistici, una caricatura divertente e appassionata, che al contempo si detesta e compatisce, con una tenerezza che il personaggio non può fare a meno di suscitare. Antonio Grazioli, nei panni di Ferdinando Fefè Cefalù, barone indolente e squattrinato, sa trascinare il pubblico all’interno del suo mondo, dando prova di grande sapienza ed esperienza attoriale. Silvia Ripamonti, Gustavo La Volpe e Sacha Oliviero entrano ed escono da una quantità di ruoli diversi e caratteristici, senza mai confonderli o banalizzarli, con perfetta sincronia e credibilità, cambiandosi semplicemente d’abito o indossando un accessorio piuttosto che un altro, modulando con saggezza toni e volumi di voce, muovendosi sul palco con precisione e fluidità.

Ciò che colpisce, nello spettacolo, è l’uso degli oggetti scenografici, che cambiano di significato (una sedia può diventare di volta in volta letto, tavolo o sasso di fiume) e vengono spostati, camuffati e travestiti dagli attori stessi, mentre si svolge la scena, regalandole un dinamismo prezioso che non distrae, ma ne rafforza di volta in volta il senso, anche quello implicito. Il divorzio è una storia dai risvolti scabrosi e amari, in cui il delitto d’onore è la sola risposta socialmente accettata al tradimento coniugale, l’unico modo per vedere riconosciuta la propria dignità, immersa in una Sicilia degli anni Sessanta su cui si affacciava, temuta ed invidiata, la libertà della dolce vita romana. La tragedia che pervade l’intera vicenda è resa leggera da una drammaturgia scorrevole ed efficace e da una regia ben orchestrata e geniale, che tutto trasformano e impreziosiscono, lasciando nel pubblico la piacevole sensazione di aver assistito a qualcosa di raro, che di certo merita la standing ovation dell’intero teatro.

Un omaggio riuscito a un cinema di cui si sente la nostalgia, in grado di raccontare, con delicatezza e cruda ironia, pregi e difetti di un’epoca italiana che, in fondo, non è poi così lontana, i cui strascichi restano appiccicati addosso e riemergono dalle pagine della cronaca attuale, più spesso di quanto ci piacerebbe, nonostante la legislazione, da quarant’anni a questa parte, ci indichi altre vie più civili per risolvere le crisi matrimoniali. Un successo, dunque, per un progetto teatrale che, per un paio d’ore, cattura, rapisce, incanta (anche se siete seduti sulle sedie più scomode del pianeta) e ha davanti a sé un radioso futuro. Potete credermi.

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