Grande debutto al San Teodoro per Nati due volte

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Due corpi si muovono al centro del palco. Si incontrano, si intrecciano, lottano e si respingono, l’uno il prolungamento dell’altro, eppure così distanti da fare male. La solidità che si scioglie e scorre loro addosso, ora amanti, ora estranei. La scena è nuda ed essenziale: uno schermo, due sedie nere. Qualcosa in trasparenza, laggiù in fondo, di cui si intuiscono colori e forme. La penombra, che rimbalza e attenua ogni spigolo, sottolinea la danza, la rende feroce, disperata, necessaria. Sta per succedere qualcosa, o forse, qualcosa è già successo. Qualcosa di inevitabile, che cambierà la vita di tutti.

Inizia così Nati due volte, lo spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Pontiggia, con la regia di Stefano De Luca, in scena al teatro San Teodoro di Cantù il 27 e il 28 gennaio, serate che hanno già registrato il sold out, con una replica prevista per il 3 febbraio. Un debutto, quello di venerdì, che vede la platea gremita e attenta, con gli occhi puntati sui protagonisti in carne e ossa, gli straordinari Annamaria Rossano (che entra ed esce da ogni ruolo con strabiliante precisione) e Christian Poggioni, mentre in tutti si allarga l’idea che non siano da soli, su quel palco. Tra loro, tra noi, c’è Paolo, piccolo e grande, fragile e saldo, con la sua andatura coraggiosa e incerta, quel figlio che è paura e speranza, delusione e gioia, disperazione e resistenza. Paolo immenso, Paolo che è vivo, a dispetto di tutti, Paolo che piange e ride, ma non te lo dice. Una pagina bianca sulla quale bisogna scrivere tutto dall’inizio, a piccoli passi, con pazienza. Paolo che è ossa, sangue e lacrime, frutto di un amore che forse amore non è più, o forse non lo è ancora del tutto. Paolo che è la sua malattia, quella malattia dal nome troppo lungo da ricordare e da digerire, che non è la normalità, perché, è evidente, la normalità siamo noi, mica lui. Paolo che ha un padre, che è soprattutto uomo, amante e poesia. Che non capisce, non si dà pace, che lo guarda senza vedere. Paolo che ha una madre, che si piega senza spezzarsi, rassegnata ma fiera.

E poi c’è il tempo. Il tempo che passa, che non è mai abbastanza, fatto di conquiste e insuccessi, tempo che si vorrebbe ingannare, che ruba pazienza ed energie, tempo speso a tentare, riuscire, fallire e riprovare, mentre si cresce insieme, nell’incertezza e nel dolore. Fino a quando, finalmente, si arriva a vedere davvero.

Nati due volte è una struggente tavolozza di emozioni, che mostra quello che tutti sanno, ma faticano ad ammettere, perché il rifugio nell’ipocrisia è più accogliente e consolatorio: la disabilità è un macigno che, quando si palesa, spiana e distrugge tutto, annientando e rendendo chi le gravita intorno sordi, ciechi e muti. Quella di Paolo è l’abisso, in cui precipitano sogni e quotidianità, un buco profondo da cui risalire è davvero una gran fatica. A meno di non nascere una seconda volta, nella consapevolezza e nell’accettazione, percependo la bellezza laddove non si poteva immaginare.

L’ottimo adattamento teatrale del testo, a cura dello stesso De Luca e di Maddalena Massafra, magistralmente accompagnato dalla coreografia fluida e senza sbavature di Francesca Cervellino e dalla scenografia asciutta ed essenziale di Linda Riccardi, fanno di questo spettacolo un gioiello perfetto, prezioso senza pretendere di esserlo, delicato e potente al tempo stesso, che toglie il fiato e si aggrappa alla pelle, strappandola dove serve. Nati due volte brucia, commuove, ferisce e consola, restituendo ai presenti una sola, unica verità: normale e diverso sono solo due aggettivi che giocano a fare i contrari, ma amano confondersi e mescolarsi, arricchendosi a vicenda. Normalità siamo tutti noi, e tutti noi siamo Paolo, mentre si incammina, con difficoltà e tenacia, lungo la strada che lo aspetta fuori dall’uscio di casa. Lì, alla luce, alza una mano, in un saluto che profuma di promessa.

Il sipario si chiude e il teatro si riempie di applausi, meritatissimi. Io sono a brandelli, un mucchietto di emotività scomposta e arruffata. Ma sono grata a questa squadra meravigliosa, che ha saputo mettere in scena un capolavoro letterario rispettandone dignità e grandezza, e dando prova, di nuovo, di intelligenza, coerenza e sensibilità. Una scommessa vinta, senza dubbio. Che meraviglia.

(Foto di Francesca Marelli)

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