Gl’innamorati di Goldoni conquistano il pubblico del San Teodoro

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Lui, un orgoglioso gentiluomo di parola, appassionato e devoto, con un grande senso del dovere e della famiglia. Lei, una fanciulla ardente e inquieta, intelligente e bellissima, estrema nelle sue manifestazioni emotive. Una storia d’amore tormentata ed esplosiva, vissuta sotto gli occhi di tutti coloro che, per disgrazia o volontà, ci capitano dentro. Una stanza, nella quale si consumano confessioni, sentimenti, scenate, litigi e riappacificazioni. A raccontarla così, parrebbe una banale, sordida vicenda da reality show del ventunesimo secolo, con la quale, razionalmente, nessuno di noi vorrebbe avere niente a che fare, se non fosse che questa è la trama, nè più nè meno, de Gl’innamorati, commedia in tre atti scritta nel 1759 da un tale, un certo Carlo Goldoni, che, indubbiamente, ha saputo interpretare l’animo umano come pochi altri e ci ha visto parecchio lontano (alla faccia dei format televisivi).

L’opera, messa in scena al teatro San Teodoro di Cantù venerdì 10 marzo dalla compagnia Il Mulino di Amleto, in collaborazione con il Teatro Stabile di Torino, ha mostrato, ancora una volta, la sua universale attualità, grazie alla magistrale interpretazione degli attori, che hanno saputo onorare al meglio i personaggi goldoniani. Barbara Mazzi è un’incontenibile e divertente Eugenia, potente e fragile, che tutto travolge e divora, e a tratti ricorda la verve di Maria Amelia Monti (che io personalmente adoro); Roberta Calia è la sorella che tutti noi vorremmo, presente, saggia ed ironica, capace di grande empatia e dotata di una mimica irresistibile; Marco Lorenzi, il regista, veste i panni del servitore Ettore regalandogli una comicità rara e arguta, Raffaele Musella interpreta un disperato, immenso Fulgenzio che ben si contrappone ad un controllato e perfetto conte Roberto, alias Fabio Bisogni, mentre Andrea Fazzari è un meraviglioso, ingenuo e adorabile zio Fabrizio.

La colonna sonora di Davide Arneodo, alternata ad altri brani (come ad esempio It’s oh so quiet nella versione di Björk, che chiude lo spettacolo) sottolinea perfettamente i passaggi drammatici e tensivi della commedia, i dialoghi serrati, che recuperano in parte il linguaggio di Goldoni, sono accompagnati da una gestualità pulita ed efficace, che cattura l’attenzione e la mantiene viva, la scenografia minimalista e moderna (le sedie pieghevoli, il frigo da campeggio al posto del cesto di vimini) abbraccia i costumi settecenteschi con una naturalezza tale da farti pensare che, probabilmente, anche la stanza commune dell’autore fosse arredata esattamente così. Una resa scenica accattivante, fresca e vivace, una prova attoriale che convince, conquista e fa venire fame di altrettanta meraviglia, un applauso sincero, lungo e meritato, quello che i protagonisti raccolgono alla fine, a sancire il successo di un gruppo affiatato e davvero bello da vedere.

Un tempo godibilissimo, quello trascorso in compagnia de Gl’innamorati, un tempo che resta, nel quale ci si stupisce e ci si interroga, ci si riconosce e si ride di sè stessi, perchè ognuno di noi, almeno una volta nella vita, si è trovato ad amare in modo sconsiderato e folle, ha perso la dignità e la faccia, ha sopportato, perdonato e avuto compassione, ha scelto e si è pentito, è tornato indietro ed è rimasto, è scappato e si è salvato. All you need is love, scriveva John Lennon nel 1967. Carlo avrebbe di certo apprezzato.

(Foto di Francesca Marelli)

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