Gioele Dix rilegge l’Odissea al Sociale

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Per concludere in bellezza la stagione Prose 2, il teatro Sociale di Como ha pensato ad un attore eclettico che, cosa rara, sa coniugare la vis comica con contenuti di qualità. Si parla di Gioele Dix che, sabato 8 aprile, arriverà sul palco comasco per proporre un originale monologo, tra mito, riflessioni personali, situazioni divertenti e un pizzico di tenerezza. Si intitola Vorrei essere figlio di un uomo felice, testo scritto e interpretato dallo stesso Dix, con la produzione del Teatro dell’Archivolto di Genova. Il tema, universale e fondante, è la paternità.
Ci racconta la genesi particolare di questo spettacolo?
Il monologo è nato due anni fa per un’occasione particolare. Il regista Sergio Maifredi aveva organizzato un progetto corale dal titolo di Odissea: un racconto Mediterraneo. Tra gli altri partecipanti, c’ero anch’io e mi fu assegnata una particolare sezione del poema omerico su cui lavorare. Si trattava dei primi quattro canti dell’opera, la cosiddetta Telemachia. In questa sezione, Ulisse è assente e il protagonista è il figlio, il giovane Telemaco, che si pone in viaggio, alla ricerca del genitore disperso. Vivrà una serie di esperienze e di avventure importanti. Conoscerà personaggi che hanno condiviso con il padre la terribile esperienza della guerra a Troia. Incontrerà la stessa Elena, ritenuta causa di quel lungo e atroce conflitto. Possiamo definire la Telemachia un “romanzo di formazione” in versi. Telemaco cerca Ulisse ma realizza anche se stesso.
Da qui l’idea di pensare alla “paternità” come tema?
Sì. Ho riflettuto molto sulla figura di Telemaco, cresciuto nell’assenza e nel mito del suo importante (e anche un po’ ingombrante) padre. Così ho immaginato un figlio che, da solo, deve trovare la sua strada. Un figlio che avrebbe bisogno di un modello, lo pensa e lo cerca fuori e dentro di sé. Da qui è nato lo spettacolo, che poi ho rielaborato in modo indipendente dal progetto originario, fino a qui.

Gioele Dix

Il mito però non è l’unico ingrediente…
Diciamo che resta, anche oggi, l’ossatura del monologo. Come accade sempre quando si affronta un classico, però, ho creduto giusto arricchire quella storia con tante altre storie. La contaminazione con altri testi letterari contemporanei, la riflessione personale, la variazione dei registri linguistici crea un percorso che sento molto “mio” e che può coinvolgere veramente chiunque, in modo universale e trasversale.
Che ne pensa il pubblico?
Io stesso sono rimasto sorpreso, fin all’inizio, del favore che gli spettatori mi hanno concesso. Ricordo, i una particolare replica, la reazione di un vigile del fuoco. Era lì, come sempre accade, per svolgere il suo lavoro, ma invece di distrarsi, dietro le quinte, seguiva con attenzione crescente. Io, dal palco, lo notai. A fine serata, venne a trovarmi con gli occhi lucidi. Mi confessò di essersi molto commosso, anche perché, da poco, aveva perso suo padre.
Si ride, ma non solo…
Non potrebbe essere altrimenti. Il rapporto padre – figli ha riempito le pagine della letteratura e del teatro di tutti i tempi. È un legame fortissimo e a volte, dolorosissimo. Io però, non rinuncio mai alla risata. Qualunque lavoro io scriva o interpreti, capisco ben presto che senza far sorridere il pubblico, non sto bene. Lo spunto comico ben pensato è una chiave per far passare contenuti fondanti.
Il titolo dello spettacolo recita Vorrei essere figlio di un uomo felice. È il desiderio di Gioele Dix come figlio, ma anche come padre?
Vero, in entrambi i casi. Certamente vorrei essere un padre “felice”, anche se i miei figli hanno già capito che non esiste una felicità permanente e che anche il loro padre ha i suoi momenti tristi. Come figlio, avrei voluto sempre vedere mio padre felice, ma le traversie della sua giovinezza gli hanno impedito di esserlo completamente. Ha saputo però essere sereno, per noi e in fondo, è questo l’importante.

Biglietti da 27 a 13 euro. Info: www.teatrosocialecomo.it e allo 031270170)

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