Forti Fragili Femmine, storie vere di donne in scena a Figino

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Venerdì 10 marzo, al Teatro dell’oratorio di Figino Serenza, in collaborazione con Paideia, cooperativa sociale per l’educazione di Milano, si terranno una replica dello spettacoloo Forti Fragili Femmine, storie vere di donne contro la violenza sulle donne, scritto e interpretato da Giorgia Graziano, in arte Petronilla, autrice e attrice di teatro, che ama definirsi «folle cre-attrice di meraviglia visionaria e bauletta ambulante di storie depositate». Su tutto, Giorgia è un’amica, e una di quelle persone talentuose di cui è davvero un piacere e un privilegio circondarsi, quindi, tra una chiacchiera e l’altra, mi sono fatta raccontare qualche dettaglio in più su questa sua nuova fatica artistica.

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Qual’è la genesi di FFF, Forti Fragili Femmine?

Tutto è nato con Arabe fenici, il mio primo spettacolo, in cui raccoglievo l’urlo allarmante di una situazione terribile e purtroppo quotidiana, quella della violenza sulle donne. Nel momento in cui mi sono posta il problema e ho prestato maggiore attenzione alla cosa, ho scovato quattro donne, amiche molto vicine, che stavano affrontando storie di questo tipo, ed una di loro ha rischiato di essere uccisa dall’ex compagno. Da qui è nata l’idea di raccogliere le loro storie e raccontarle attraverso le loro parole, trasformando le testimonianze in monologhi teatrali. Puntualmente, dopo quasi ogni replica di Arabe fenici, qualche altra donna mi raccontava accadimenti di questo genere, così ho costruito la sceneggiatura di FFF, nella quale emerge la duplice natura femminile: da una parte una fragilità straordinaria, per la quale si innescano queste relazioni di totale dipendenza, dall’altra la forza, quando se ne raggiunge la consapevolezza, di potersene affrancare. L’accento rimane su chi ce la fa, su chi ce la vuole fare, il segnale è questo, e deve giungere forte e chiaro. Lo spettacolo contiene anche alcuni monologhi tratti da Ferite a morte di Serena Dandini, mentre la conclusione prevede la narrazione di due situazioni, una delle quali attualmente in corso, che coinvolgono persone da me direttamente conosciute.

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Come si svilupperà lo spettacolo?

Sarò accompagnata da Rosa Ricci, una fisarmonicista davvero in gamba e undici attori in erba, Cristina Arrigoni, Moira Ghezzi, Rosa Bruzzese, Adelaide Ghislanzoni, Marta Grimoldi, Monica Mariani, Emanuele Orezzi, Linda Verga, Christian Consonni, Jessica Vanzetti e Silvia Zaffino, alunni del mio corso di teatro, che dietro a me si muoveranno come un coro greco, interpretando e amplificando le emozioni che cercherò di rilanciare violentemente in platea. Alcune parti saranno improvvisate, e prenderò spunto dal tipo di pubblico che sarà presente. L’apertura dello spettacolo sarà molto comica, e questo aumenterà di certo l’impatto sui presenti, nel momento in cui si renderanno conto dell’argomento in questione; i monologhi della Dandini saranno connotati in maniera precisa a seconda delle regioni italiane, in una sorta di viaggio che partirà dal Veneto, attraverserà la Toscana, l’Emilia Romagna, il Lazio e oltre, per far capire che fatti come questi riguardano ogni realtà geografica e sociale. La conclusione comprenderà due narrazioni molto semplici ed asciutte, durante le quali la musicista e il coro usciranno di scena, e si andrà dritti al problema, con numeri e statistiche reali di questo fenomeno pervasivo e dilagante, affinchè la gente apra gli occhi sulla verità.

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Secondo te, il teatro può aiutare a riflettere su questa tematica e a prenderne una maggiore consapevolezza?

Questo tipo di teatro ha una cassa di risonanza potentissima, la sua possibilità narrativa è molto forte e sarebbe uno sbaglio cadere nel penoso e nell’angosciante, mentre l’utilizzo della poesia può sconfiggere ogni forma di resistenza e trasmettere il messaggio alla cellula, senza che la persona se ne accorga direttamente. FFF è uno spettacolo particolarmente provocatorio e scuote nel profondo, ho cercato di costruire un climax drammatico che possa portare oltre una mediazione intellettuale, per intrappolare il pubblico e portarlo nell’universo di chi sta affrontando in prima persona situazioni simili. Io stessa, quando ho deciso di parlarne, ho trovato almeno dieci amiche che stavano vivendo questo dramma e hanno accettato di condividere la propria storia, ma sono una goccia nel mare, perchè è ancora un tabù e molte donne hanno paura di raccontare; è faticoso arrivare a definirsi vittime e pensare che tutto possa cambiare, perché alcune relazioni si incistano su zone di reciproca dipendenza patologica e quindi è un richiamarsi l’un l’altro al peggio. Queste donne fragili, che tendono ad accompagnarsi ad uomini istrionici, non si rendono conto che, nel momento in cui arriva la prima sberla o il primo pugno, non si tratta più di amore, ma rimangono comunque perdutamente innamorate e comprendono la vera natura dei fatti quando ormai è troppo tardi. Fanno fatica ad accettare questa scoperta e a desiderare di uscirne, scattano altri meccanismi impliciti, come la presenza di figli o altri fattori vincolanti, oppure, semplicemente, confidano in questa beata e stupidissima speranza che qualcosa possa cambiare, quando di fatto non cambia nulla, anzi, di solito peggiora.

Al congedo, dopo aver ringraziato il fotografo Paolo Luppino per i preziosi scatti presenti sulla locandina, Giorgia mi confida che, da gennaio, porterà in giro lo spettacolo, e che si augura, nel suo piccolo, di poter sensibilizzare opinioni e coscienze, offrendo spunti di riflessione e piccole scintille di cambiamento in ognuno di noi. È quello che spero anch’io. In bocca al lupo, amica mia.

Ingresso a 10 euro.

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