Follia e assenza d’opera al San Teodoro

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«La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione». Questa una delle affermazioni più celebri di Franco Basaglia. A quarant’anni dall’approvazione della Legge omonima (L.180/78), il Circolo Arci Compagnia teatrale Trebisonda Como, in collaborazione con il Teatro San Teodoro, torna sul tema con Follia e assenza d’opera, un progetto artistico – culturale di intervento sociale e di integrazione, patrocinato dall’Asst lariana con l’adesione del Dipartimento di salute mentale di Trieste.

Il progetto si è sviluppato in cinque laboratori ideati e coordinati dal formatore e drammaturgo Giacomo Puzzo, che è anche autore e regista dello spettacolo Follia, rispetto al quale i workshop sono propedeutici. Cinque giornate previste tra febbraio e maggio, una serie di professionisti esterni coinvolti, tante le tematiche e gli aspetti da affrontare. Per conoscere un po’ più a fondo il progetto ho intervistato per voi proprio Giacomo Puzzo.

Possiamo dire che il confine tra “normalità” e follia sia sempre molto sottile: è così? L’idea del progetto è nata anche da questa considerazione?

Credo e spero sia ormai un dato assodato e consolidato che la normalità in realtà non esiste. Il concetto di normalità è aleatorio ed evanescente, muta a seconda del punto di vista di chi giudica, dell’epoca storica, del contesto sociale in cui si vive. Per quanto riguarda la questione del confine, mi sembra evidente che non solo è sottile, ma è sfumato e impalpabile, a tratti sovrapposto. Quanta normalità e quanta follia c’è in un uomo che prende a pugni un altro uomo per uno stop non rispettato? Eppure è un fatto normale, nel senso che accade frequentemente. Queste considerazioni possono essere state un punto di partenza ma non sono state l’oggetto della riflessione che ha portato a ideare lo spettacolo e il progetto nel suo insieme. Temo anzi che porre la questione in questi termini sia fuorviante, e spiego perché. Quasi nessuno di noi si riconosce nella follia, nessuno sa bene cos’è la follia e quindi ne prendiamo le distanze, se parlo invece di sofferenza psichica le cose cambiano. Quasi tutti nella nostra società hanno avuto esperienza diretta, o indiretta, di sofferenza psichica. Il paradigma di riferimento dell’intera riflessione è quindi la sofferenza psichica, o meglio, il legame di interdipendenza tra la normalità della nostra società attuale e la sofferenza psichica. Non solo soffriamo e talvolta moriamo nella distrazione generale, ma sempre più spesso soffriamo e talvolta moriamo per la distrazione generale, a causa di questa. Distrazione rispetto al valore e al talento dei giovani, distrazione per il merito, per le condizioni di lavoro, per gli affetti, distrazione anche rispetto a noi stessi e i nostri bisogni profondi. Questa distrazione, o indifferenza, di cui siamo al tempo stesso vittime e artefici, genera ferite, sofferenza. Come Basaglia ha dimostrato che il manicomio e le istituzioni totali non avevano alcuna valenza di cura, ma erano di per sé produttori di patologia, così oggi viviamo in una società che genera in modo endogeno e sistemico sofferenza psichica. Viviamo in una società dove la sofferenza psichica è diventata la normalità, talvolta sfocia in vere e proprie patologie psichiatriche, altre volte assume la forma del consumo diffuso di sostanze stupefacenti, o del disturbo alimentare, o della violenza sulle donne o dell’intolleranza verso ogni forma di diversità. Il disagio psichico tra i giovani è sempre più diffuso così come è in costante aumento il consumo di psicofarmaci. La psichiatria non è altro che la punta dell’iceberg, la cartina tornasole dello stato di salute dell’intera società. Per questo penso che il tema della sofferenza psichica ci accomuni e riguardi tutti. Da qui l’urgenza di questo spettacolo e la necessità di questo progetto. Il tentativo è quello di innescare una riflessione e un dibattito, il più diffuso possibile, su questo tema. In fondo la ricetta che Basaglia propone si compone di pochi ingredienti: umanità, ascolto, attenzione, penso che siano ingrediente utili anche al di fuori dell’ambito psichiatrico. I cinque workshop tratteranno diversi temi e specificità; molta attenzione è rivolta al corpo e alla fisicità.

Vuoi spiegarci come questi due elementi, nella tua visione, si integrano nella recitazione?

Spesso a teatro la parola viene utilizzata unicamente come strumento del pensiero, della razionalità: trovo che questo sia quantomeno riduttivo. Il corpo è la porta attraverso cui percepiamo il mondo, è dentro al corpo che la percezione genera emozione e sempre e solo con il corpo possiamo comunicare al mondo la nostra emozione. Se con la recitazione intendiamo comunicare emozione, preferisco un unico gesto emozionato a mille parole razionali.

Il progetto ha diversi scopi, primo fra tutti quello di sensibilizzazione e integrazione: quali destinatari vorreste, con gli altri ideatori, intercettare e quale tipologia di partecipanti vi aspettate?

Sicuramente uno degli obiettivi è quello dell’integrazione; nel progetto sono coinvolti operatori e utenti dei servizi di psichiatria. Per quanto riguarda la sensibilizzazione vorrei puntualizzare che non si tratta di sensibilizzare in modo pietistico o distaccato qualcuno ai problemi di un altro, ma di sensibilizzare se stessi alla consapevolezza che il tema della sofferenza psichica riguarda tutti in prima persona. Questo è il motivo per cui, quando ho presentato lo spettacolo al Teatro San Teodoro ho voluto che il suo allestimento rappresentasse l’occasione per un laboratorio culturale attivo, un percorso di riflessione, di confronto, di condivisione, aperto a tutti. A quelli che perennemente stanno sulla soglia del confine tra normalità e devianza; a quelli che a quel confine non hanno mai pensato e anche a quelli che lo hanno varcato da tempo. Il progetto è complesso e coinvolge attori professionisti, i soci dell’Associazione Trebisonda che da anni praticano teatro, studenti delle scuole superiori che interverranno nello spettacolo con attività coreutiche e attoriali, operatori e utenti dei servizi di psichiatria e i privati cittadini che hanno avuto la voglia di partecipare e di iscriversi ai workshop.

Chi ha partecipato a tutti e cinque i laboratori potrà prendere parte allo spettacolo Follia, previsto, in anteprima, per il 20 maggio: puoi darci qualche anticipazione?

Coerentemente con quelli che sono gli intenti del progetto, il copione è stato scritto lasciando aperta la possibilità di inserire fino a una decina di nuovi attori. Lo spettacolo Follia sarà inserito nel cartellone di prosa della stagione teatrale 2017/2018 del teatro San Teodoro di Cantù, la qualità è quindi una condizione indispensabile e necessaria. La partecipazione a tutti e cinque i workshop è la condizione minima per poter aspirare a un ruolo attoriale ma, allo stato attuale, non è possibile garantirlo: ciò dipenderà dalla disponibilità a partecipare alle prove successive e anche al grado di capacità tecniche maturate nel percorso.

Noi di Bibazz auspichiamo un’ottima riuscita dell’intero progetto: Follia è stato definito dal regista «uno spettacolo dal forte impatto emotivo sia per i suoi interpreti sia per gli spettatori, che accompagna sul sentiero della comprensione della sofferenza psichica ricostruendo anche la storia della psichiatria e dell’antipsichiatria in Italia». Considerando la complessità del progetto, le forze messe in campo e i professionisti coinvolti, ci sono tutti gli elementi per ritenere che il progetto sarà molto più che interessante e decisamente coinvolgente.

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