Fa’afafine, lo spettacolo di Giuliano Scarpinato in scena a Cantù

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Sabato 11 febbraio, alle ore 21, al teatro San Teodoro di Cantù andrà in scena Fa’afafine. Mi chiamo Alex e sono un dinosauro, opera del giovanissimo autore e regista siciliano Giuliano Scarpinato, che affronta il delicato tema della libera ricerca dell’identità sessuale in età pre-adolescenziale. Lo spettacolo, vincitore dell’Eolo Award 2016 come miglior spettacolo teatro ragazzi, del premio Infogiovani – Fit Festival Lugano 2015 e del premio Scenario Infanzia 2014, è da diversi mesi al centro di un’accesa polemica, che ha purtroppo portato in alcuni Comuni alla sua censura, ma ha già registrato il sold out e l’apertura di una lista d’attesa per la replica canturina.

«Ho visto questo spettacolo lo scorso anno, nel contesto di una rassegna milanese – mi racconta Maddalena Massafra, responsabile del teatro San Teodoro – mi incuriosiva e avevo intenzione di inserirlo nella stagione teatrale di quest’anno, incentrata sul tema della diversità. Fa’afafine mi ha colpito perché è leggero ed ironico, adatto a tutte le fasce d’età, parla a tutti, a più livelli e con diversi linguaggi: i bambini colgono la dimensione di gioco, libertà e divertimento legato alla dimensione di ricerca della propria identità, gli adulti ne percepiscono le sfumature più sottili legate alla diversità senza discriminazione. L’altro aspetto che mi ha portato a sceglierlo, oltre alla altissima qualità artistica, è il fatto che sollevi il desiderio di aprire un dibattito sociale e culturale, senza schieramenti, posizioni rigide o la pretesa di dare giudizi e indicazioni etiche e morali. L’obiettivo del nostro teatro, infatti, oltre a quello di intrattenere, è di aprire una discussione e dare spazio a riflessioni su questioni che ci riguardano. È uno spettacolo molto poetico, che parla di identità di genere, tocca una sfera di incontro e comunicazione tra genitori e figli e affronta il grande tema dei tabù, che sono tali più per gli adulti che per i bambini, e la sua utilità non è quella di portare alla luce la realtà dei bambini gender fluid, ma di trasmettere il messaggio che si può e si deve parlare di tutto ai propri genitori, senza timore o vergogna. Sul piano artistico, mi è piaciuta la scelta registica e coreografica di mescolare teatro e proiezioni video, una straordinaria contaminazione di linguaggi che quest’anno abbiamo già visto in scena, con La sirenetta e Ritratto di donna araba. Nel libretto che accompagna la programmazione vengono segnalati una serie di libri e documentari legati all’approfondimento di questo tema delicato e complesso, perché la piéce dà solo delle suggestioni, non c’è nessuna volontà di consegnare una verità. Il tema più ampio è quello della possibilità di riuscire a parlare di ciò che ci riguarda e che spesso non è accettato dagli altri.»

«Fa’afafine è una parola nella lingua di Samoa – continua Scarpinato, autore e regista –  che definisce coloro che sin da bambini non amano identificarsi in un sesso o nell’altro, un vero e proprio terzo sesso a cui la società non impone una scelta, e che gode di considerazione e rispetto. Fa’afafine è anche il titolo di questo spettacolo, in cui il protagonista sogna di raggiungere questa terra immaginaria, un altro pianeta dove è possibile essere come lui vorrebbe, senza decidere subito in quale genere essere incasellato. L’idea è nata dalla lettura di un articolo pubblicato da Internazionale nel 2012, Che male c’è se un bambino si veste da femmina?, che presentava un’inchiesta su bambini gender creative e le loro famiglie, e di un libro per me molto importante, Raising my rainbow di Lori Duron, tradotto in italiano come Il mio bellissimo arcobaleno, il diario di bordo di una madre di un bambino gender creative, che racconta quattro anni della vita del figlio. Un libro straordinario e importante, di cui consiglio la lettura. Da lì ho iniziato a documentarmi, scovando in rete blog di genitori che si scambiavano punti di vista sull’argomento, e a mettere a punto la sceneggiatura teatrale. Alex è un piccolo dinosauro perché l’articolo de l’Internazionale prendeva il via da una lettera inviata da una madre alla preside della scuola di suo figlio, proprio in seguito ad episodi di bullismo di cui il bambino era stato vittima e che lo avevano messo a disagio, nella quale la donna scriveva: mio figlio si identifica nei calciatori, nelle ballerine, nell’ornitornico, nel dinosauro e nei lustrini colorati, indicando con queste poche parole la vasta gamma in cui il bambino inseriva se stesso, come un dinosauro, una creatura ibrida metà lucertola e metà drago.»

Uno spettacolo delicato e molto emozionante, che ha ricevuto critiche entusiaste e testimonianze positive, soprattutto da parte di molti genitori che hanno assistito alla rappresentazione insieme ai figli.

«Fa’afafine è ambientato nella stanza di Alex, in cui il bambino trascorre questa giornata molto speciale: ha deciso di non andare più a scuola, perché viene vessato dai compagni, e dalla sua camera, che diventa il caleidoscopio delle sue fantasie, sogna di fuggire a Samoa. Fuori sono asserragliati Susan e Robert, i suoi genitori, che il pubblico vede solo attraverso uno spioncino. La dimensione dello spazio ristretto è legato alla situazione di esclusione e chiusura emotiva che molti di questi bambini vivono, in famiglia e in società, e che provoca loro una grande sofferenza. Lo spettacolo si avvale dunque delle meravigliose proiezioni video di Daniele Salaris, che è riuscito a dare vita all’immaginario del bimbo, e il cast è composto dal bravissimo Michele Degirolamo, che interpreta Alex, unico attore presente in scena in carne ed ossa, mentre i ruoli di Robert e Susan sono affidati a me e Gioia Salvatori. Fare la parte del padre è stato per me naturale, ma allo stesso tempo molto tenero ed emozionante, desidero moltissimo avere un figlio, fa parte del mio istinto, e impersonare un personaggio del genere è stato come proiettarmi nel mio futuro. Ho tentato di nutrirmi di esperienze e testimonianze di veri genitori e di costruire l’identità di Robert anche attraverso la mia esperienza personale con mio padre, che ha avuto e ha un ruolo importantissimo nella mia vita, e al quale nessuno ha insegnato il mestiere più difficile del mondo.»

Prima di chiudere l’intervista, chiedo a Giuliano un parere rispetto alla polemica nata intorno al tema dello spettacolo, giunta addirittura a toccare i vertici della politica italiana, e che, come purtroppo spesso accade, è trascesa in atti di censura, minacce personali e accuse gravissime nei suoi confronti.

«Penso che si tratti di un gravissimo e inquietante fenomeno di recrudescenza di una visione incredibilmente conservatrice e tradizionalista della società civile e dell’identità dell’individuo, che però non si esplica attraverso il dibattito ma con una censura preventiva, fatta in funzione di notizie false e da soggetti che non hanno visto lo spettacolo, non sanno di cosa parla e che passano alla pratica diffamatoria senza prendersi il disturbo di conoscere in prima persona. Mi inquieta questo ritorno al passato, in Italia non c’è informazione e siamo indietro rispetto ad una serie di conquiste civili basate sull’accettazione e sull’inclusione delle diversità. C’è una gran confusione anche sui termini adeguati, si scambia lo gender creative con il transgender, l’identità sessuale con l’identità di genere e così via. Ciò che non si conosce diventa il nemico da combattere, se invece si tentasse di comprenderlo e si avessero le parole giuste per definirlo verrebbe automaticamente incluso, e questo è quello che dovrebbe accadere in una società evoluta nel 2017.»

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