Frigerio, 50 anni di teatro festeggiati al Sociale

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È festa, nella Sala Bianca del Teatro Sociale per l’arrivo il grande scenografo erbese Ezio Frigerio, il cui lavoro, tra teatro, lirica e grande schermo, è apprezzato in tutto il mondo. L’occasione del ritorno nella sala comasca, fortemente voluto da Barbara Mighetti, è offerta dalla presentazione del libro Ezio Frigerio. Cinquant’anni di teatro con Giorgio Strehler, edito da Skira. Interverranno l’assessore alla cultura del Comune di Como, Luigi Cavadini e il critico teatrale Mariagrazia Gregori. Inssieme, i relatori offriranno ai presenti uno scorcio su una pagina fondamentale del teatro italiano (e non solo) del Novecento. L’ingresso sarà libero. L’occasione sarà preziosa. Frigerio infatti presenterà la pubblicazione che raccoglie le immagini più significative della collaborazione tra lo scenografo e Giorgio Strehler. Si parla di un legame professionale durato cinquant’anni, (dal 1955) e che lo stesso Frigerio considera centrale nella sua storia.

Il libro, edito da Skira

Maestro, possiamo considerare il suo sodalizio con Strehler una stagione preziosa e irripetibile?
Il tempo è passato ma, nonostante tutto, continuo a considerare Strehler il migliore regista di teatro della seconda metà del XX secolo. E io, che ho lavorato almeno a un terzo dei suoi lavori teatrali, celebro quel periodo, il nostro sforzo comune e i frutti che ne nacquero.

Dei frutti importanti, nati da una dialettica molto vivace tra voi…
È noto che i nostri rapporti furono spesso burrascosi. Entrambi eravamo animati da caratteri forti e poi eravamo portatori di diverse concezioni scenografiche. Strehler era attratto da un ideale di perfezione astratta, io ho ricercato la concretezza, il contatto con la materia. Ho sempre nutrito un forte amore per gli oggetti della vita quotidiana.

Come riuscivate a conciliare le differenze, apparentemente insanabili?
Insieme realizzammo quel teatro che Strehler definiva “umano”, un teatro capace di fondere la realtà e l’astrazione.

Come abbiamo ricordato, molte le scenografie che lei ha creato per le celeberrime regie di Strehler. A quale si sente più legato?
Bisogna distinguere tra opera e prosa. Nel primo caso, ho amato tantissimo Le nozze di Figaro, spettacolo solo apparentemente semplice, ma basato su una ricerca minuziosa e su un altrettanto minuzioso lavoro artigianale. Il lavoro dello scenografo è infatti basato su un’infinita cura dei dettagli che magari il pubblico non coglie ma che sono essenziali per la buona riuscita del lavoro. E poi non posso dimenticare il Lohengrin con le colonne semoventi sul palco. Realizzando le scenografie di spettacoli lirici mi sono sempre sentito più libero dal filtro interpretativo del regista.

Ezio Frigerio, scenografia per la Trilogia di Parigi

E nella prosa? Forse Il temporale di Strindberg?
In proposto, c’è un episodio buffo. Durante la realizzazione, mi ero allontanato e Strehler affermò che non avrebbe più rimesso piede in teatro per continuare il lavoro. Tornai a Milano e benché non avessi la bacchetta magica, tentai una nuova disposizione delle luci. Alla fine, lui vide la scena illuminarsi e ne fu soddisfatto.

Falstaff di Giuseppe Verdi

Lei è famoso e amato in tutto il mondo. Ritiene di aver ricevuto lo stesso trattamento anche in Italia?
Non sempre, forse perché noi Italiani siamo abituati all’idea della bellezza, sappiamo di custodire i tesori dell’arte e della storia. È diverso all’estero. E poi io non sono un uomo mondano, sono una specie di orso. Non mi sono saputo proporre, forse. Ho vissuto, ma senza apparire.

Lunedì sera sarà al Teatro Sociale di Como. Quale il legame con il suo territorio d’origine?
Sono felice di arrivare al Sociale e apprezzo molto il lavoro di Barbara Minghetti. Il rapporto con la mia terrà però, a volte, è venato di malinconia. Soprattutto, non condivido certi steccati e certe divisioni che vedo in un territorio circoscritto. Dobbiamo lavorare per unire le energie e superare apparenti e inutili distanze.

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