Emozioni a teatro con il Charlie Chaplin scelto dai Visionari

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Charlie Chaplin in bianco e nero. E non è solo un fatto di pellicola. Charlie Chaplin e il bianco del suo talento, della sua abnegazione, della sua ricerca di perfezione, della sua fama. Charlie Chaplin e il nero del suo dolore, delle sue assenze, delle sue perdite, delle sue colpe, della sua vita costellata di fame, privazioni e sofferenza. Un quadro intimo e struggente, quello disegnato venerdì scorso al Teatro San Teodoro di Cantù dallo spettacolo Charlie Chaplin, storia di un uomo, prodotto dall’associazione teatrale Viaggi & Miraggi e vincitore del bando L’Italia dei Visionari 2017, la rassegna di Teatro Off Artificio, il teatro scelto dai cittadini per i cittadini.

Il cast, composto da Guido Saudelli, Lauraine Criscione, Gabriele Pizzurro, Sandro Gallo, Antonia Di FrancescoAlessandra Giorgetti, Cristina Poggesi, Ilaria Gigliobianco, Fabio Di Dio Busà, Edoardo CarbonaraGabriella Guidarelli, Alessandro Moser, Laura Liberti, Carla Lopis, Daniela Santini, Patrizia Giancotti, Silvia Orbitello e Vittoria Mantovani Banella, diretto egregiamente dal regista Luca Pizzurro, autore anche della drammaturgia, ha incantato e commosso il pubblico presente, che per un’ora e mezza non ha distolto l’attenzione da ciò che accadeva in scena.

La storia fluida e ben costruita, la scenografia giocata su piani diversi, il magistrale utilizzo delle luci, l’interpretazione eccezionale dei protagonisti – straordinario il Charlie Chaplin da bambino, così come la figlia Jane, che a fine spettacolo non posso che abbracciare (e mandare affettuosamente a quel paese, ringraziandola per lo stato di devastazione in cui la sua performance mi ha gettato) – la delicatezza feroce dei gesti e dei silenzi, la sapienza con cui, una ad una, vengono toccate corde emotive talmente profonde da risultare scomode ed un finale così toccante da mozzare il fiato fanno di questa piéce teatrale un piccolo gioiello prezioso, di quelli che, però, non vanno gelosamente custoditi, ma mostrati e sfoggiati con orgoglio, anche se la loro bellezza è così intensa da ferire gli occhi.

Io vado in pezzi, troppo piccoli per essere trovati e ricomposti prima che le luci della sala si riaccendono, e a nulla servono i miei tentativi di darmi un tono, perchè appena alzo lo sguardo incrocio, nel pubblico, occhi che sembrano i miei e che cercano, disperati, i propri frammenti. Ché la vita non è mica facile, per nessuno, e gli irrisolti spesso ci ingannano, sonnecchiano, fingono di essersi levati di torno, ma poi basta una scena, un colore, una parola, un gesto per svegliarli e alimentarli, e lì, signori miei, non se ne esce con facilità. Ecco, il teatro serve anche a questo, e quando raggiunge tale risultato non resta che alzarsi in piedi, sulle gambe ormai molli, e applaudire la vera bellezza. Che farà anche male, delle volte, ma senza di lei pare quasi che manchi l’aria.

Ciò che davvero non ho digerito, di tutta questa storia, è che il teatro non fosse del tutto pieno, perché ne sarebbe davvero valsa la pena. Un’occasione persa, che peccato. Non mancate alla prossima, però. Ognuno di voi merita un pezzetto di meraviglia.

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