Ccà nisciuno è fisso: l’era della precarietà al San Teodoro

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Il gioco di parole del titolo non può non destare interesse e saranno di certo molti gli spettatori incuriositi da Ccà nisciuno è fisso, in scena venerdì 13 gennaio – in barba alla scaramanzia – al Teatro San Teodoro. Nel monologo scritto a quattro mani con Alessandra Faiella, Francesca Puglisi racconta l’era della precarietà e riflette sulle tante sfaccettature che essa può avere.

Ironico e scanzonato, lo spettacolo diverte, coinvolge e fa sorridere delle amarezze grazie al racconto delle esperienze di vita della protagonista; attrice di teatro e quindi precaria per antonomasia, scherza anche su questo: «Prima noi attori avevamo il privilegio di essere fra i pochi precari nel mondo del lavoro, ci potevamo atteggiare, fare i tormentati, i dissoluti, tutto genio e sregolatezza… Adesso siamo più stabili noi di un manager!».

Ecco quello che Francesca Puglisi ha raccontato a Bibazz.

Nel tuo spettacolo si parla di precarietà a tutto tondo, che non riguarda solo il lavoro: come riesci a sorridere e a far sorridere di questo?

Spero un giorno di avere la capacità di far ridere il pubblico di qualunque argomento: non è una ambizione da poco ma, se raggiunta, mi fornirebbe la mia chiave per migliorare concretamente lo stato d’animo delle persone incontrate in Teatro. La precarietà è una condizione costante dell’esistenza e in questo paradosso, ridendo di questo paradosso, si può riuscire, paradossalmente appunto, a trovare continuità.

Si parla ormai da anni di questi temi, che sembrano tipici di una generazione: non ci sono stati, però, a tuo avviso, periodi di incertezza ben più grave e profonda, nel nostro recente passato?

Indubbiamente, basta pensare alle grandi guerre che hanno attraversato il secolo scorso, ma la precarietà della quale mi appresto a raccontare è intima seppur variamente condivisa, attinente alla condizione esistenziale di chi cerca una propria collocazione nella società senza più gli “ammortizzatori emozionali” a cui le generazioni precedenti erano abituate.

Rispetto al confronto con le generazioni precedenti, dunque, questa precarietà può sembrare a tratti decisamente imposta – dalla società, dal mondo del lavoro – ma anche un alibi, quantomeno per alcuni. Nel tuo spettacolo emerge anche questo aspetto?

La precarietà è certo imposta dai cambiamenti della società e del mondo globalizzato e ha molti aspetti; di sicuro è ragione di sofferenza, spesso alibi per vivere sempre secondo le proprie esigenze senza prendersi troppe responsabilità, è condizione subita ma anche scelta coraggiosa, come nel caso degli attori di teatro. Nello spettacolo tento di esplorare tutti questi aspetti, di cogliere le sfumature di questa condizione senza emettere condanne, non per timore di prendere posizioni nette – tutt’altro – ma perché la sospensione del giudizio a volte è la condizione migliore per produrre qualcosa di innovativo.

Quale tipo di pubblico incontri e qual è il riscontro che trovi?

Ho incontrato pubblico sempre disponibile all’ascolto e felice di poter ridere assieme a me; gli stati d’animo a fine spettacolo sono gioiosi ma durante il lavoro diverse sono le reazioni ad alcuni argomenti, come diverse sono le reazioni alle battute, che fanno presa e colpiscono a seconda dell’età. Non potrò mai dimenticare la mia ultima replica di marzo al Teatro della Cooperativa di Milano, quando venne a vedermi un tornito gruppo di persone anziane: fu uno spettacolo nello spettacolo perché commentarono, spesso spiazzandomi, molte delle mie battute che da copione non prevedevano l’interazione con il pubblico. Oggi, anche grazie a loro, il mio spettacolo è cresciuto e io sono un’attrice più forte.

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