Al Sociale il trionfo dei Jersey Boys

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Assistere al musical Jersey Boys è stato, a tutti gli effetti, un tuffo nel passato. Scontato, direte voi, trattandosi della storia di Franki Valli & The Four Seasons, gruppo che ha dominato le classifiche negli anni Sessanta. Quello a cui però mi riferisco è molto di più, perché lo spettacolo è un viaggio nella storia musicale degli Stati Uniti, nella cultura italoamericana dell’epoca e nelle influenze che i quattro ragazzi hanno avuto sugli artisti venuti dopo di loro: moltissimi loro pezzi sono inseriti nelle colonne sonore di film anche recenti che i miei coetanei e i più giovani amano, decine di artisti hanno ripreso i loro brani per farne cover di grande successo.

Ieri sera il pubblico del Teatro Sociale si è trovato a (ri)scoprire le vicende di quattro amici del New Jersey alle prese con la smania di andarsene dal quartiere, la voglia di fare successo e la propensione per furti (con scasso) e “passatempi” similari. I nostri non erano affatto stinchi di santo, in effetti, e non si sono fatti mancare qualche mese di carcere e la frequentazione con i malavitosi locali. La loro storia però è grandiosa per quello che sono stati capaci di creare oltre a questo, riuscendo finalmente a conquistare gli Usa e non solo. I quattro protagonisti raccontano – e si raccontano – in scena, a turno. Tommy De Vito (interpretato da Marco Stabile), colui che dall’inizio ha creato e gestito il gruppo, ha narrato le prime esibizioni di Frances Castelluccio (poi divenuto Frankie Valli, «con la I», un grande Alex Mastromarino): fu proprio Tommy a scoprirlo e a inserirlo a completamento del gruppo già costituito da suo fratello Nick De Vito e da Nick Massi, bassista di grande talento (Claudio Zanelli). Tra esibizioni – più o meno fortunate – nei locali, provini per trovare nuovi componenti e ricerca spasmodica di studi e case discografiche, arriva l’incontro con Bob Gaudio (Flavio Gismondi) e la vera ascesa, con i primi grandi successi. Complice di questo incontro fu un tale Joe Pesci – si, quel Joe Pesci: la sua è una tra le tante riuscitissime caratterizzazioni dei personaggi che i Four Seasons hanno incontrato sul loro percorso (merito di Giulio Pangi).

Marco Stabile, Alessandro Mastromarino, Flavio Gismondi, Claudio Zanelli e Giulio Pangi

Il pubblico in platea partecipa alla crescita del gruppo e si appassiona, rapito dalle esibizioni canore. Per me, ascoltare dal vivo la “tripletta” con cui i Four Seasons rimasero in classifica per settimane è emozionante e conferma quanto siano rimasti nella storia: Sherry compare anche nella colonna sonora di The help, Big girls don’t cry suona spesso dal juke box di Arnold’s in Happy days, Walk like a man è uno dei brani centrali della colonna sonora di Sleepers, uno dei miei film preferiti.

Dopo Tommy, anche Bob, Nick e Frankie completano il racconto dei tour, delle vicende familiari, a tratti drammatiche, delle vicissitudini economiche che li hanno coinvolti, minando in qualche modo il gruppo e l’affiatamento dei componenti. Le voci femminili – incredibili quasi quanto quelle dei quattro attori principali – intervengono a raccontare, con alcuni duetti da brivido, il lato più personale di questi giovani e talentuosi ragazzi, travolti dal successo.

La cover di Stay mi porta per un attimo a Dirty dancing, Beggin’ crea un salto temporale tra il 1967 e il 2007, Can’t take my eyes off of you coinvolge, inevitabilmente, tutto il pubblico, abituato a sentirne la versione disco music: lo dicevo, no, che è stato un tuffo nel passato?

Il gran finale coincide con il ricordo della reunion in occasione dell’inserimento nella Rock’n’Roll Hall of Fame: Jersey Boys è stato molto più che apprezzato, a giudicare da quanti in platea si sono alzati per ballare, in quel momento.

(Foto di Michela Piccinini)

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