Zen Circus alla conquista dell’Alcatraz

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Non si può non voler bene agli Zen Circus. Non hanno la pretesa di essere dei geni musicali o dei virtuosi immensi, ma sono stati forse i primi a catturare lo spirito dell’Italia negli anni Duemila. I testi di Appino raccontano la disoccupazione, la rivoluzione mancata e la noia della provincia, eppure non sono mai melensi o pretenziosi, ma sempre conditi da generosi dosi di goliardia e cinismo. Sono passati da un suono folk-punk a uno più pop, ma sempre energico e immediato. Hanno collaborato con membri di Talking Heads, Pixies e Violent Femmes (praticamente il meglio degli ultimi quarant’anni), e sono celebri per la loro instancabile attività live (l’Italia intera girata in furgone, 110 concerti nel solo 2010…). Dopo circa un anno e mezzo di assenza sono tornati di recente col nuovo album La Terza Guerra Mondiale. Mercoledì sera hanno suonato all’Alcatraz, nella prima data lombarda del nuovo tour.
https://images.bigcartel.com/product_images/184245307/TZC_LTGM_COVER_1440X1440.jpg?auto=format&fit=max&h=1000&w=1000Apre il concerto proprio La Terza Guerra Mondiale e il pubblico già esulta e canta e squarciagola. L’atmosfera si scalda col trascinante riff di Canzone contro la natura, ed esplode su quell’eccezionale invettiva nichilista che è Gente di merda, una delle tracce più energiche, fresche e cattive scritte da una band italiana. Poi arriva Vent’anni, pezzo di due minuti travolgente come pochi, diventato anacronisticamente un inno generazionale per chi, come me, cantava «Avevo solo vent’anni» quando di anni ne aveva quindici. È chiaro che non è cambiato nulla nell’ultimo anno; gli Zen creano sempre un fortissimo contatto col loro pubblico, che sotto il palco urla, canta a squarciagola, salta, balla e poga fino allo sfinimento.
Il trio pisano (coadiuvato dal nuovo chitarrista Francesco Pellegrini) esegue quasi tutto l’ultimo album – tra cui spiccano i nuovi inni Ilenia e Non voglio ballare, la melodica L’anima non conta, l’orecchiabilissima Pisa merda – a fianco a classici del loro repertorio, tra cui la ballata Andate tutti affanculo, la dichiarazione di ateismo de L’amorale, la lenta e splendida Figlio di puttana, il pop velenoso de I qualunquisti. Siamo a circa metà concerto quandò il batterista Karim Qqru si porta in prima linea e indossa la washboard (in sostanza una tavola per il bucato suonata con dei ditali). Così, senza batteria, in una formazione che ricorda i loro anni da buskers in giro per l’Italia, eseguono Ragazzo eroe e uno dei loro brani più vecchi, la plurilingue Mexican requiem, unico brano (purtroppo) del loro vasto repertorio non italofono.

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Quando Qqru torna alla batteria attaccano con l’adrenalinica Vecchi senza esperienza (a detta di alcuni il loro brano migliore) e poi con l’amaro ritratto de L’egoista, a parer mio il momento più emozionante del concerto. Un altro brano simbolo, Canzone di Natale, storia tragicomica di un giovane tossico in crisi d’astinenza intrappolato a un pranzo interminabile, ed escono. Rientrano, invocati dal pubblico, pochi minuti dopo, e attaccano con l’ennesimo inno, la bellissima Viva. quindi Andrà tutto bene, ultimo brano de La Terza Guerra Mondiale. Accordi sommessi e un lento crescendo che conducono all’esplosione del ritornello, preludio a cinque minuti di musica rumoristica su cui Appino mormora «Ora state zitti, fate silenzio, tutti». Al culmine del momento psichedelico Appino posa la chitarra, si lancia sul pubblico e fa stage diving fino all’uscita. Il concerto è finito. Gli Zen sono tornati con la grinta di sempre. Spero ripassino presto da queste parti perché per quante volte possa averli sentiti, non penso mi stancherò mai di far casino sotto il loro palco e cantare le loro canzoni a squarciagola.

(Foto in apertura di Jasmine Monti)

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