Wow people: Giorgio Poi dall’Italia all’Europa e ritorno

wow-people-giorgio-poi-dallitalia-in-europa-e-ritorno
0 669

Dopo il successo di venerdì sera, Wow Music Festival non poteva che sorprenderci ancora di più. L’ultima serata ha in programma Giorgio Poi, cantautore fra quelli dell’indie, Canova, gruppo pop milanese, ed Ex – Otago, anch’essi sull’indie pop. Una line – up dallo stile definito e che promette grande partecipazione. Prima dell’inizio dei concerti, scambio qualche parola con Giorgio Poi, autore di Fa niente, disco d’esordio fra psichedelia e cantautorato.

Giorgio Poi

Il tuo disco, Fa niente, è uscito pochi mesi fa. Il titolo a cosa si riferisce? È un invito alla rassegnazione o è un abbandonarsi alla vita?
Fa niente è un non preoccuparsi delle conseguenze, non bloccarsi per paure inutili. È un invito all’azione. Può sembrare un invito alla rassegnazione ma in realtà è il contrario.

In Tubature parli della città e del viaggio, o meglio, del fuggire via. Come vivi la città?
Mi piace molto la città e quando vado in un posto immagino sempre di viverci. Se vado in vacanza da qualche parte mi chiedo se ci vivrei o non ci vivrei. Sono un girovago e amo viaggiare. Il disco l’ho scritto a Berlino, anche se in quella fase volevo tornare in Italia.

Hai detto che quando eri a Berlino ti mancava l’Italia. Come vedi il nostro paese?
In Italia ci sono tutta una serie di cose minuscole a cui si è completamente assuefatti mentre si sta dentro, ma che invece risultano uniche e molto speciali quando non si hanno più. Se sei a casa tua ti sembra normale, ma quando vai via dopo qualche anno se ripensi a quel luogo e lo rivedi in foto, fa un effetto particolare.

In Acqua minerale canti «E quello che non ci si dice si cerca di ingoiare». Vivi una sorta di incomunicabilità nelle relazioni?
Non si può dire tutto. Qualcosa lo devi mandar giù per forza, un po’ per incapacità di comunicare tutto quello che si prova e un po’ per necessità.

Ti definisci introverso o estroverso nelle relazioni? E sul palco?
Sono sia introverso che estroverso, dipende dalle situazioni. Sul palco non parlo molto, non sono un grande intrattenitore in quel senso.

Cos’è un Patatrac (traccia di Fa niente)?
Un patatrac è un disastro. È qualcosa che cade e si rompe.

Nelle tue canzoni si coglie la voglia di evasione. Come è cambiata questa tua necessità lungo gli anni?
Quando avevo vent’anni e sono andato via non ne potevo più di stare in Italia, avevo bisogno di vedere cose diverse. Appena sono arrivato in Inghilterra assieme a tutte le cose che scoprivo, mi piacevano e mi interessavano, cresceva anche questa ammirazione per l’Italia. Ne ho colto il valore guardandola da un punto di vista diverso, più da lontano.

Durante il concerto Giorgio Poi non delude le aspettative. Ammassati sotto il palco, stiamo a guardare attoniti e in coro si canta Acqua minerale e Tubature. Chitarre, pifferi, echi di cantautorato. «Ha una bella voce ed è originale, interessante», confessa un ragazzo dal pubblico. E con la cover de Il mare d’inverno della Bertè, Giorgio Poi coinvolge tutti e tutti si urla «questo vento agita anche me». È solo l’inizio di una notte all’insegna della musica indi(e)pendente con Canova ed Ex-Otago. Tante le emozioni, tante le canzoni (come Brexit dei Canova, Sognavo di fare l’indiano o Ci vuole molto coraggio degli Ex-Otago) intonate dal mare di persone presenti. Si conclude così la terza edizione del Festival: un palco, la musica e i giovani. Grazie Wow!

(Foto di Andrea Butti)

Lascia un commento