Wow Music Festival: indie, per cui? Intervista incrociata a Ex – Otago, Poi e Canova

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Ieri notte è andata in scena la terza giornata del Wow Music Festival, la più attesa e la più partecipata. Tre nomi in ascesa nel fantomatico mondo dell’indie nostrano (indie-pop, o cantautorato italiano, che dir si voglia) hanno sprigionato le vibrazioni di melodie dolci ed energiche le cui note hanno saturato fino a notte fonda la brezza fresca tra il Monumento ai caduti e il Tempio voltiano.

Canova: Matteo Mobrici e Fabio Brando

Giorgio Poi è cresciuto a Roma; per una decina di anni ha fatto la spola tra Londra e Berlino ma è da poco tornato in Italia. La musica, la suona e la studia da sempre ma quest’anno decide di sperimentare con il suo album Fa niente qualcosa di nuovo: scrivere brani in italiano. I Canova vengono da Milano e dichiarano con il titolo dell’album che stanno portando in tournée (Avete ragione tutti) di non aver voglia di malleare il loro stile secondo i giudizi e i pareri degli altri perchè quello che a loro importa è suonare, come loro hanno voglia di farlo. Gli Ex – Otago dopo 14 anni di esistenza nell’ombra si fanno conoscere alle masse con l’album Marassi, il nome del quartiere di Genova, comune denominatore di tutte le canzoni dell’album, luogo in cui membri della band vivono da sempre e che è l’ispirazione per le loro storie di vita comune.

Giorgio Poi

Sono artisti che appartengono a un genere per cui abbondano le discussioni riguardo al suo senso e ai suoi significati, ma che ha fatto riscoprire il gusto per la parola, il sapore dell’italiano nella musica. Autori e artisti sognanti e psichedelici, tutti un po’ malinconici e un po’ menefreghisti, riflessivi ma con leggerezza e capaci di guizzi di ironia e sense of humor che spesso si trasformano in umorismo dell’assurdo.

Ex – Otago: Maurizio Carucci

Dal palco del Kraken, tutti e tre fotografano con schietta semplicità spaccati di vita quotidiana: sembra di essere con loro in camera, al bar, su un motorino o al campetto. Esprimono concetti e sensazioni personali che non raramente rischiano di cadere in luoghi comuni ma che, alle orecchie di chi li apprezza, sanno svelare punti sfaccettati di sfumature originali e bizzarre.

Le vostre canzoni parlano di come vivete e quello che pensate nella vita di tutti i giorni. Come si decide se un’esperienza o un pensiero ad un tratto è degno di essere trasformato in musica?
Giorgio Poi: Bella questa domanda. Eh, non lo so. Ti capita di dire qualche cosa e poi ti viene in mente un immagine… In realtà non parto mai da un’idea di sentimento: mi viene da scrivere delle cose, e solo quando le finisco capisco di cosa parla la canzone.
Matteo Mobrici, frontman Canova: È tutto molto soggettivo, le canzoni le scrivo io. Ogni volta che una canzone esce fuori dici «Vabbè, è l’ultima». Io non mi ricordo nulla dei processi con cui nascono, e quindi vedo i pezzi che scrivo come una sorta di regalo. Sicuramente nascono da tanta tristezza.
Maurizio Carucci, frontman Ex – Otago: È quando mi emoziono. Sento un’emozione e ho il desiderio di “lasciarla vivere” e renderla permanente. E la canzone è un bel modo di far vivere il tuo mondo.

Giorgio Poi, Canova, Ex – Otago: in cosa vi sentiti simili, in cosa lontani anni luce?
Giorgio: Penso che facciamo tutti e tre canzoni italiane come gusto delle melodie, usiamo lo stesso linguaggio. Ma poi a livello stilistico, come arrangiamenti di suoni, siamo piuttosto lontani.
Matteo: Siamo molto amici e quindi faccio fatica a vederci da fuori. Da un certo punto di vista, sono cose un po’ diverse; dall’altro sono canzoni, anche da cantare semplicemente con una chitarra. Si è tornato a fare del pop di base.
Maurizio: Con Canova c’è una bella attitudine anche un po’ punk. Con Giorgio Poi credo che ci sia un intento simile… O forse in realtà di simile non c’è niente. Di diverso molto, anche a partire dai musicisti che sono molto più bravi di noi a eseguire i brani. Forse, a differenza nostra, gli altri puntano molto di meno sul pubblico e sullo show, cosa che per noi deve essere fondamentale. Il live per noi deve essere vivo: ci piace avere un dialogo con chi ci segue.

Il vostro genere è molto sfruttato e sfocia tutto in un unico calderone. Sentite in qualche modo il bisogno o la necessità di differenziarvi?
Giorgio: A me non me ne frega un cazzo.
Matteo: Io credo sia una sorta di periodo dove c’è questo tipo di canzoni, come magari in altri periodi storici ce ne sono stati altri: il rap ad esempio, dieci anni fa. Però se vai a vedere, ognuno ha la sua particolarità. Ogni progetto ha la sua visione, e il pubblico non è lo stesso di tutti. Al momento in Italia c’è questa cosa qua: se ti piace, è una cosa bellissima, se non ti piace, odi tutti.
Maurizio: Come noi non ce n’è (ride). Non ci importa niente in realtà. Abbiamo le nostre cose da dire, il nostro timbro, non crediamo di assomigliare particolarmente a qualcuno. Stimiamo molto molti altri artisti italiani. Il nuovo pop italiano è molto figo, quasi tutto. Non abbiamo di questi problemi, non me li sono mai posti nella mia vita.

Cosa ne pensate dell’esperimento sociale Cambogia?*
Giorgio: Mi sembra una cazzata. Non ho capito cosa si voleva dimostrare, ma forse sono stupido io.
Ti è piaciuta la canzone Il mare non è niente di speciale?
No.
Matteo: Io sapevo tutto dall’inizio. Ero innamoratissimo di Adolescenza tropicale, mi piaceva tantissimo. Penso siano dei geni perché è stato fatto un lavoro mirato su ogni cosa. Era passata per una cosa vera. Secondo me sono stati un po’ sfortunati perché se fossero stati di queste città, e non in Sicilia, avrebbero già fatto un tour.
Ti è piaciuta la canzone Il mare non è niente di speciale?
Io mi ricordo che quando è uscita ho pensato che a me piaceva molto. Sarei andato tranquillamente a un concerto di Cambogia.
Maurizio: Non l’ho seguito molto. Io oltre che a scrivere canzoni faccio il contadino. Sono in montagna, faccio il vino per cui proprio… Per ora c’è un bianco ma sto piantando molte vigne. Faremo anche il rosso.

Canova: Matteo Mobrici

Insomma, tutti scrivono e si esibiscono essenzialmente per il bisogno di farlo, rispondendo come a un istinto di sopravvivenza, senza badare al pubblico o alle critiche. E se poi le insicurezze, la malinconia e la coscienziosa superficialità che traducono in note incontra la sensibilità di un’intera generazione, tanto meglio. Le canzoni diventano quindi la traduzione di una passiva contemplazione di quello che siamo, l’espressione di una fragile arrendevolezza di cui non ci si vergogna, la fotografia di una grande generazione cresciuta con delle aspettative incongruenti alla realtà che poi si è ritrovata davanti, in cui ci si sente inadeguati ma senza che questo senso di disagio diventi davvero un problema.

(Foto di Andrea Butti)

*Cambogia è un cantante di fantasia nato nell’estate 2016. Si tratta di una gag, un esperimento sociale per esplorare le dinamiche del mondo musicale odierno fondato sulla predominanza dell’hype rispetto al contenuto effettivo. La musica di Cambogia esiste, è reale: i brani sono stati composti con cura e professionalità. È il personaggio ad essere finto, frutto di uno studio a tavolino.

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