Wow Music Festival backstage: confessioni dalla Giungla

wow-music-festival-backstage-1-confessioni-dalla-giungla
0 831

Tutta l’energia di Emanuela Drei si condensa in una parola: Giungla, il suo nome d’arte, quando veste i panni del rock. Una voce graffiante e suadente che si è allenata ed è cresciuta con l’esperienza nel gruppo Heike Has The Giggles in un corpo che trasmette un ritmo deciso e profondo che non tradisce il suo passato da bassista per gli His Clancyness. Ora, da meno di un anno, va in giro da sola, a sfogare la sua passione sui palchi europei. Ha raccolto audacia, determinazione e sensibilità e le ha fatte diventare arte in Camo, il suo primo EP, un progetto da solista, uscito questo maggio. Ringrazia con dolcezza il pubblico di Como e si complimenta con gli organizzatori del festival che hanno saputo fronteggiare l’infausto maltempo.

Sembra un animaletto in una caverna ma poi canta e balla come se fosse nella sua camera e nessuno la stesse guardando, domando la chitarra nera con un’energia che nasce dal profondo e che controlla e sprigiona sapientemente. La sua figura agile e snella sul palco di Wow Music Festival si pone in contrasto con il maxischermo turchese alle sue spalle e proietta l’ombra nera dei capelli scuri, lunghi e lisci, che ondeggiano e si gonfiano con il vento freddo e impetuoso che proviene dalla riva del lago. Un po’ rock, un po’ alternative-pop, la sua musica è un mix di accordi ruvidi e assoli limpidi che seguono un ritmo ben scandito e che rendono i versi, cantati in inglese, convincenti, immediati e accattivanti.

Emanuela Drei a/k/a Giungla

«Why are you so cold? What happened before? I’m sure I’ll find out», canta.  Giungla è provocante ma senza malizia, è aggressiva ma senza rabbia, si muove indomabile e sinuosa. «Why are you so bored? Can’t you see? You are not curious anymore. Turn it off, go out».  Pare che non le importi nient’altro che socchiudere gli occhi e sprigionare quello che ha dentro. Travolge il pubblico con apparente indifferenza.

Cosa ti fa arrabbiare nella vita?
La falsità. Però da un po’ di anni mi è scattata una capacità che mi permette di riuscire a sgamare subito le persone che sono false. Mi sento diventata grande (ride).

Cosa vuol dire per te essere curiosi?
Per me vuol dire tutto. Porta alla conoscenza di cose che non sappiano.

Quindi quando le cose per te diventano noiose?
Non è necessariamente nella ripetitività. È perdere lo stimolo di vedere le cose in una maniera nuova e fresca, pensare che sia tutto uguale e non aver voglia di vedere cose diverse da te.

Con Sand l’atmosfera diventa dolcemente malinconica. Giungla canta che odia settembre, odia pensare al fatto di non avere più la sabbia nelle scarpe e capire che l’inverno è vicino. Chissà cosa pensa di questi 14 gradi centigradi il 30 giugno che ci sono capitati. In Sand Giungla è proprio triste: sembra ci sia qualcosa di cui non riesca a farsene una ragione riguardo qualcuno che ha lasciato nella luce dei giorni più lunghi. «Have you ever tried to hold some sand in your fist? When you hold on too tight and you look there’s no sand anymore». «Quella canzone nasce da un episodio di una passeggiata sulla spiaggia con una persona speciale, quando magari ti fai dei viaggi su come possano andare certe situazioni e poi succede che le cose cambiano. È una canzone che in realtà è rivolta più che altro a me stessa. Non sempre puoi forzare le cose nella maniera in cui vuoi tu: più stringi la sabbia, più non ti rimane in mano niente. Mi piaceva questa immagine».

I pezzi sono tutti tuoi? Testi e musica?
Sì, sì!

Cosa hai imparato in questi mesi da solista?
Sicuramente mi hanno messo di fronte a dei limiti e mi hanno fatto conoscere dei lati di me stessa che prima non conoscevo, sia di debolezza che di forza. Essere sola mi spinge molto a migliorarmi continuamente.

Quali difficoltà hai avuto?
Avevo passato un periodo abbastanza cupo: volevo formare un’altra band, con un sound vario, ma non sono riuscita a mettere insieme questo gruppo di persone. Sentivo di perdere tempo per motivi esterni alla mia volontà e di non riuscire mai a iniziare a fare una cosa che mi piace, semplicemente suonare.

Cosa ti fa star bene?
Correre, mi piace tantissimo. Andare a vedere concerti e viaggiare.

Quando corri preferisci fare i 5km più forte che puoi o puntare sulla resistenza?
Ne faccio 10 lentamente, ma non smetto.

Il tuo libro preferito che ha letto nell’ultimo anno?
La difficoltà di essere di Jean Cocteau.

Il tuo quadro preferito? Se tu fossi un quadro?
Mi vengono in mente le pennellate di Van Gogh, ma solo per il gesto, non tanto per i colori che usa.

Giungla è un nome d’arte nato dall’idea di una parola che trasmettesse un’attitudine disordinata ma naturale e positiva, rivela. Una parola che, come lei, comunica una complicata ricchezza e un bisogno di lasciarsi andare all’istinto. Camo (il titolo del suo EP) invece, deriva da camouflage, un pattern militare che ha scelto per la sua nuova battaglia, per proteggersi e mimetizzarsi mentre avanza passo dopo passo mostrando senza paura la sua vulnerabilità e intraprende con coraggio la strada verso ciò che sente che la rende felice.

(Foto di Andrea Butti)

Lascia un commento