Verdena in Bloom

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Lo ammetto, io i Verdena li ho conosciuti tardi. Tutta “colpa” di un fidanzato musicista fissato con i gruppi “alternativi”, che mi faceva ascoltare il meglio (e il peggio) dell’indie / underground / vattelapesca rock planetario (che non ha niente da invidiare ai cori russi, alla musica finto rock, alla new wave italiana, al free jazz punk inglese e alla nera africana, per dire). Non è che proprio tutto fosse di mio gusto, in realtà, nonostante fossi talmente innamorata che, e qui la sparo grossa, se avesse ascoltato Gigi D’Alessio mi sarei votata al martirio pure io verdena-in-bloom 02(no, non è vero, ma mi piace la drammaticità di questa immagine), ma loro mi sono rimasti appiccicati, a dispetto della storia finita e della vita che continua. Sette EP, sette album e una compilation sono il frutto di un viaggio discografico iniziato nel 1999 (che non è l’altro ieri, gente, ma diciassette – che paura – anni fa), sempre in tre, sempre loro, Roberta Sammarelli, Alberto e Luca Ferrari (che potrebbero spiegare un paio di cose sul rapporto fraterno a quei due scappati di casa dei Gallagher), indissolubili, immutabili e bellissimi, roba da far invidia a qualunque star hollywoodiana che si vende l’anima per un gocciolino di giovinezza in più.
I Verdena e il post grunge, i Verdena e il rock psichedelico, i Verdena che fanno canzoni dal testo incomprensibile, i Verdena che li ami o li odi, i Verdena che le mezze misure non sanno nemmeno cosa siano. I Verdena che ne perdi le tracce per quattro anni e poi saltano fuori con due dischi nel giro di qualche mese, Endkadenz vol. 1 e vol. 2, tredici tracce cadauno, e con un doppio tour che fa il tutto esaurito dovunque. I Verdena che martedì 26 aprile tornano live al Bloom di Mezzago, quello stesso Bloom che nel 1989 e nel 1991 ha ospitato i Nirvana (scusate se è poco) e che in quasi trent’anni di attività ha visto passare un numero impressionante di musicisti e artisti, dai Green Day a Ulan Bator, dagli Afterhours agli Scisma, solo per citarne alcuni.
verdena-in-bloom 01I Verbena che diventano Verdena per ragioni di copyright, i Verdena che sposano l’idea della parola al servizio della musica, della sonorità di vocali e consonanti, laddove il senso logico della frase passa in secondo piano, anche se, a ben guardare, la struttura sintattica regge, così come il significato, per chi ha la pazienza di cercarlo. Certo, «spettrale sei e non voglio mi veda – boia avvelenami – in un mai che non serve – ora che ti riavvolgerei – in un mai che non sorge» è sicuramente meno immediato «Dammi tre parole – sole cuore amore», ma credo che uno sforzo sinaptico ogni tanto non faccia male e non porti a conseguenze irreversibili (la letteratura medica internazionale non annovera al momento casi del genere, possiamo stare tutti tranquilli).
I Verdena che li conosci per quella Valvonauta del 1999, contenuta nel primo album Verdena, passata inevitabilmente da qualunque dj in ogni serata dedicata agli anni Novanta e cantata a squarciagola da tutti quelli che, in quegli anni lì, si innamoravano di ogni riff di chitarra che suonasse vagamente grunge. I Verdena che nel 2007 pubblicano l’album Requiem, con Caños come settima traccia, Caños che torna ogni volta che ho bisogno di lei e della sua atmosfera da fine del mondo, Caños e il suo video girato nello spazio, tra sushi, assenza di gravità, desiderio e destino, Caños che cammina a braccetto con l’irriverente Muori Delay, nella quale il gioco di parole restituisce una dimensione tragicomica dell’ossessione di ogni musicista (e il nuoto sincronizzato del video pare un omaggio a quella Esther Williams che negli anni Cinquanta incantò Hollywood e il mondo intero con le sue acrobazie acquatiche).

I Verdena che in Endkadenz sono cresciuti, nell’arte e nello spirito, ma continuano a preferire l’analogico al digitale, la ruvidezza del suono live a quello patinato e preciso ricreato in studio, la distorsione ai suoni puliti, con gli effetti sparati in cuffia finché orecchio può sopportarli, perché prima il sound e poi tutto il resto, a colorare e arricchire due album non immediati, due dischi che arrivano sulla lunga distanza, ma quando arrivano ti ritrovi a canticchiarli per la casa, agitando a mo’ di chitarra qualunque cosa ti capiti a tiro (dovesse succedere, consiglio di essere da soli…. Ciccio il gatto ieri mi guardava perplesso, posso giurare di averlo visto scuotere la testa con profonda rassegnazione).
I Verdena che non vedo l’ora di rivedere e riascoltare, dopo il concerto del 2 marzo dell’anno scorso all’Alcatraz di Milano, i Verdena che se sbagliano l’attacco di un pezzo si fermano, si scusano e ripartono da capo, i Verdena che spero compiano il miracolo di risollevare le sorti di un lungo e faticoso martedì lavorativo. L’appuntamento è al Bloom, dunque, miei cari. Nel frattempo, buon 25 aprile.

2 commenti

24 aprile 2016 alle 14:49

Un Buon articolo,brava Alessia

24 aprile 2016 alle 17:11

Grazie! 🙂

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