Van De Sfroos: Bello stadio, ci torniamo?

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La so già la domanda. Anzi, me la faccio da solo: «Davide, cosa hai provato quando sei salito sul palco di San Siro?». Una parola sola: liberazione. Sei mesi di attesa, discussioni, promozioni, prove, pigiando sempre di più sull’acceleratore. Perché all’inizio cincischi, tanto c’è tempo. Poi, giorno dopo giorno, quel giorno si avvicina e inizia una vera scalata, con tutti i dubbi, le titubanze, le pressioni esterne. Però c’è anche l’entusiasmo della gente che incontri che ti incita, ti sprona e ti senti come un ciclista a pochi metri dal traguardo e pensi, ho pensato, o mi stanno prendendo in giro tutti o mi sa che a San Siro ci vengono sul serio. Così, quando sono salito davvero su quel palco mi sono sentito sollevare da un peso e c’era spazio solo per la musica.

Poi c’erano più di venti musicisti con me e sono contento che tutti abbiamo vissuto questa esperienza collettiva, noi e il pubblico. Mai come allo stadio ho capito come le mie canzoni siano mie figlie, certo, ma tanti le hanno adottate, sposate, accompagnate, sono di tutti. E anche questo risultato è di tutti, di tutta la produzione, anche: se io e gli altri abbiamo lavorato in tranquillità sul palco è perché dietro c’è stata tanta gente che non ha chiuso occhio per tante notti, che non ha visto la famiglia per giorni e giorni.

Poi ci sono stati gli ospiti, o, meglio, gli amici. Le maschere di Schignano, che avevo già ospitato, come il Cimino che, ormai, è una parte integrante dello spettacolo. Fabio Treves non è un ospite, è un amico, un musicista di straordinaria umanità che non potevo non invitare, non a Milano, sarebbe stato imperdonabile. E poi – devo prendere un bel respiro anche solo per scriverlo – ho ritrovato Xiukiauitzincheko Escandón Mosqueira, il capo azteco che avevo conosciuto quattordici anni fa e che è stato un piacere grandissimo ritrovare. E non solo per l’effetto coreografico: da sciamano quale è ha benedetto il palco e tutto lo stadio il giorno prima e mi ha detto che sentiva una grande energia. E sapeva che ci sarebbe stata la luna piena.

E ora veniamo alla nota dolente: non abbiamo cantato La curiera. È vero e ho dovuto tagliare anche altri brani perché, per questioni di sicurezza – importantissime – abbiamo finito presto. Però… è rimasto questo debito e, quindi, non è detto che non si torni, un giorno, per cantare quella e tutte le canzoni che mancavano. Ci rivediamo a San Siro?

(Foto di Andrea Butti)

1 commento

14 giugno 2017 alle 17:57

Io te ne sarei grato, e non solo io! Il tuo popolo, la tua famiglia non aspetta altro! Ura te ciapà güstt!

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