Uno strepitoso Celona conquista il Serraglio

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20161111_234126Ci sono alcuni artisti che si conoscono per caso, nella vita. Magari saltellando da un’emittente radiofonica e l’altra, o salendo sull’auto di un amico, oppure capitando accidentalmente ad un suo concerto. Succede anche che qualcuno te ne parli bene, qualcuno di cui conosci i gusti e ti fidi, e quindi ti venga la curiosità di andartelo a cercare. Con Daniele Celona è andata più o meno così, è capitato nei miei giorni in modo del tutto casuale, e lì è rimasto, aggrappato alle pieghe delle ore, urlato dallo stereo la mattina presto, cantato a squarciagola tra i pini della Maremma, sospirato nelle brevi pause di solitudine, ascoltato dal vivo ogni volta che ho potuto, perchè ogni live è un piccolo squarcio di bellezza, un dono insperato, ossigeno allo stato puro. Quello di venerdì sera al Serraglio è stato tutto questo, e forse molto di più, la conferma (come se ce ne fosse bisogno) di una passione e di un talento rari e preziosi, che facilmente lasciano il segno in chi ascolta.

Dopo l’ottima performance degli Omosumo, impeccabili nelle loro effettate atmosfere techno-elettroniche arricchite dalla straordinaria estensione vocale del cantante, è il turno di Celona, che sale sul palco accompagnato da Marco Di Brino al basso, Alessio Sanfilippo alla batteria e Davide Invena alla chitarra. È subito un intro intenso e vibrante, quello che precede Amantide, uno di quei brani che scavano dentro delle voragini infinite. A seguire, Acqua, tratta dall’album Fiori e demoni, e una Precarion pazzesca, dal tiro incredibile. La tensione cala un poco per lasciare spazio a Sud ovest, bellissima ed emozionante, che il pubblico non può fare a meno di cantare.

20161112_002422C’è nell’aria un clima di festa, sul palco si scherza e ci si diverte, ma io avverto un filo di malinconia, perchè quando le cose belle terminano ci si sente sempre un po’ più soli.  La colpa, travolgente sul finale, conduce a una struggente Atlantide, sulla quale, ammetto, scappa pure l’inevitabile lacrimuccia (sì, lo so, basta piangere ai concerti, ma che ci posso fare?) e Luna, precisa nella forma e nelle sfumature. Poi, a sorpresa, dedicata a un superfan che non ha perso una data in due anni di tour, Celona intona L’alabastro di Agnese, brano che raramente esegue dal vivo. Arrivano V per settembre e Mille colori, che emoziona e incanta, fino al gran finale, quella Ninna nanna chiusa da suoni che pare arrivino da un’altra dimensione.

Un concerto notevole, a leggere le facce di chi, tra il pubblico, si sofferma ancora per un po’ nel locale, a finire l’ultima birra. Io, sobria e contenta come una bambina il giorno di Natale, ne approfitto per intrufolarmi nei camerini e salutare gli artisti. È qui che abbraccio Daniele e gli raccomando di non metterci troppo, a finire il nuovo disco, per non causare crisi di astinenza in chi, come me, ha cantato sotto il palco per tutto il tempo. Lui, meraviglioso come sempre, mi rassicura, e io mi sento decisamente sollevata, perchè sono fermamente convinta che il panorama musicale italiano abbia più che mai urgenza di artisti del suo calibro, dotati di una capacità di scrittura fuori dal comune e dal gusto eccellente.

A presto, dunque, mio caro Celona. Fai a modo e torna appena puoi. Noi ti aspettiamo qui.

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