Niccolò Fabi: una somma di piccole cose (preziose)

4 1722

Si funziona in base alla pancia e al cuore, il più delle volte, soprattutto quando capita di scontrarsi con qualcosa che squarcia l’anima e si deposita lì, proprio al centro di tutto. Si perde obiettività e senso critico, si perde la dignità di quella lacrimuccia che scende a dispetto del momento e del luogo in cui ci si trova. Ci si rende conto di essere stati trovati, scoperti, smascherati, nell’esatto istante in cui si era convinti di averla fatta franca, perché tanto cosa può emozionarti ancora fino a questo punto, e a questa età.

Q2016-05-01 15.18.37uesto è quello che mi è successo con Una somma di piccole cose, il nuovo disco di Niccolò Fabi, nove tracce di un’eleganza rara e preziosa, fatte «da un uomo in solitudine in un salotto di una casa di campagna, davanti a una finestra, con un computer, una scheda audio Apollo, due microfoni, uno Shure SM7 e un Neumann KM 184, e quattro strumenti», come lo stesso Niccolò ha sottolineato sulla sua pagina Facebook lo scorso venerdì, attraverso un post incredulo e grato per il traguardo raggiunto, quel PRIMO IN CLASSIFICA tra i dischi più acquistati in Italia questa settimana, quel PRIMO IN CLASSIFICA che arriva per la prima volta dopo vent’anni di carriera.

Al di là di tutte le polemiche sterili su quanto Fabi sia stato bistrattato dalla scena musicale italiana (perché, diciamolo, la stragrande maggioranza degli italiani sta alla poesia come il cetriolo sta alle lasagne, prova ne è stata, l’anno scorso, la scelta di Fedez come paroliere dei baci Perugina, fatto da cui ancora non mi sono ripresa del tutto) e dalle sciocche insinuazioni dei detrattori («Eh, se non fosse stato per il progetto Fabi Silvestri e Gazzè non se lo filava nessuno neanche oggi»), questo album sta sulla vetta, e può permettersi di guardare tutti gli altri dall’alto in basso, con un doveroso misto di bonario snobismo e sincera modestia.

A raccontarla come si deve, ho deciso di comprare questo disco 2016-05-01 22.38.08dopo aver letto diverse recensioni entusiastiche, dai grandi paroloni e dalle analisi dettagliatissime, roba che arrivata alla quarta riga mi restavano due opzioni, aprire un finanziamento per acquistare la Treccani (e capire espressioni del tipo: “connubio lirico”, “coacervo urbano”, “mood agrodolce”, “perfezione pop”) o investire venti euro e farla finita, perché non si può conoscere davvero mai nulla se non lo si assaggia, e per quanto tu possa affannarti a trovare dei sinonimi alla parola Bellezza, sempre Bellezza rimane, e non la puoi chiamare in nessun altro modo.

Così ci siamo incontrati, io e questo piccolo miracolo, in un giorno qualunque di fine aprile, dopo esserci annusati dalla radio in un paio di occasioni, ed è stato come il primo bagno al mare dopo chilometri di coda in autostrada, con il sole di agosto che ti picchia forte sulla pelle. Una carezza lunga una quarantina di minuti, perché meno è abbandono e di più è peccato, un fiume in piena di emozioni e meraviglia, culminato in quella Facciamo finta che ricorda tanto Delicate di Damien Rice e che mi ha resa uno straccio, costretta a chiamare socialmente “allergia” gli occhi rossi e il naso gocciolante, per giustificare un attacco di pianto irrefrenabile che mi ha colto alla sprovvista all’ingresso del parcheggio della scuola. E non è solo perché sono donna dalla commozione facile (mai uscita da un cinema o da un concerto a guance asciutte, ho i testimoni) e ritengo che non è più baci sotto il portone – non è più l’estasi del primo giorno – è una mano sugli occhi prima del sonno – è questo quello che sei per me sia una perfetta e incredibile dichiarazione d’amore (che la vita reale è tutt’altro, ahimè), ma soprattutto perché questo disco è la prova che la musica d’autore sopravvive e resiste, e può ancora regalarci “una somma di piccole cose” preziose.

Non importa che non sia un album radiofonico, non importa che al suo interno non ci sia la hit “che spacca”, non importa che non abbia mille effetti speciali, non importa nemmeno che la chiusura di Ha perso la città sia un lezioso accenno di cha cha cha che, apparentemente, c’entra poco col resto.

Importano la grazia dei testi e la ricercatezza dei suoni, importa la dimensione magica e profonda che quasi ti convince che stai vivendo nel migliore dei mondi possibile. Importa il tour, che tocca il Parco Tittoni di Desio sabato 30 luglio. Io ci sarò, a cantare, emozionarmi, godere e farmi del bene.

Accettate un consiglio: comprate un biglietto e andateci.

Poi mi direte.

4 commenti

Samuele Foriglio
Samuele Foriglio
2 maggio 2016 alle 15:26

Gran bella recensione Ale e gran bel disco.
Mi trovi completamente d’accordo su tutto.

Alessia Roversi
Alessia Roversi
3 maggio 2016 alle 0:32

Che dire? Tutto merito del Nic!
(Grazie mille!)

2 maggio 2016 alle 17:18

Recensione meravigliosa. Mi hai convinta a fare questo esperimento! Grazie <3

Alessia Roversi
Alessia Roversi
3 maggio 2016 alle 0:34

Vedrai! (Tanto poi sai dove trovarmi, nel caso….)
<3 <3 <3

Lascia un commento