Una folla in delirio per Ben Harper

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Vantaggi dell’arrivare presto al Forum di Assago in una serata di ordinaria follia da concerto: parcheggio comodo, facile e gratis, possibilità di cenare come si deve (e seduti), ingresso anticipato al palazzetto con piazzamento a quattro metri quattro dal palco. Perché eravamo proprio lì, io e l’amica mia, venerdì sera. A quattro metri quattro circa scarsi da Lui. Roba da non credere, dal momento che all’ultimo concerto di Ben ho giusto intuito la sua presenza (suona e canta, quindi ci sarà), dissolta nel muro umano davanti a me. Comunque sia, questa volta gli ho incollato occhi e orecchie addosso, e ho potuto notare una serie di cose che ignoravo:20161007_212351

Primo, Ben Harper è un tenerone, uno che dopo ventidue anni di carriera ancora si commuove davanti all’entusiasmo e al calore del pubblico, con quell’espressione da «ma siete tutti qui per me, non me lo spiego» che se pure fosse artefatta fa venire voglia di abbracciarlo per rassicurarlo;

Secondo, Ben Harper è un fratello, o meglio, sono tutti brothers, per lui, a prescindere da sesso, colore, religione e compagnia bella;

Terzo, Ben Harper è la cortesia fatta persona, uno che saluta tutti, ringrazia sempre, si rivolge alla gente con un sorriso, dà il cinque alle prime file, fa gli autografi su qualunque cosa gli lancino sul palco (e poi restituisce al legittimo proprietario) ed elogia i suoi musicisti ogni tre per due.

Quella che invece conoscevo già, la sua grande caratura di artista, ci ha messo proprio poco a confermarla. Sono bastate le prime cinque note del brano di apertura del concerto, Oppression, classe 1995, seguito dalla bellissima Diamonds on the inside, a riempire l’aria circostante, lasciando tutti a bocca aperta. In the colors, Don’t take that attitude to your grave e Finding our way, tratta dall’ultimo album Call it what it is, rimettono tutti in pace con il mondo e scaldano l’atmosfera (e purtroppo anche l’ugola della mia vicina di gomito, che lancia urla dai decibel illegali, quando non è impegnata a cantare in inglisc una sua personale versione dei testi). Shine si rivela una deliziosa scoperta, Morning yearning commuove, Roses from my friends si apre, incanta e strappa applausi a scena aperta, con il miracoloso basso di Juan Nelson20161007_221115 che si muove sinuoso sul tappeto sonoro e che in Fight for your mind, dopo essersi esibito in un assolo sconvolgente, gioca al botta e risposta con la steel guitar di Harper e dà spettacolo sulle note di Them changes di Buddy Miles, dimostrando di avere anche, oltre a un talento e a una tecnica fuori dal comune, una voce da standing ovation. Poi è la volta dell’intensa Call it what it is (Murder), ad anticipare Don’t give up on me now, cantata dall’intero Forum, che esplode sulla straordinaria Faded, nella quale i nostri inseriscono una decina di minuti buoni di jam session, impreziosita qua e là da frammenti di The ocean dei Led Zeppelin. Su How dark is gone Leon Mobley (la versione afroamericana del maestro Myagi) si spende in modo egregio sulle percussioni, Oliver Charles alla batteria non perde un colpo, gli assoli fenomenali di tastiera e chitarra di Jason Yates e Michael Ward chiudono il concerto, ma non è ancora finita.

Prima del bis, Ben ringrazia il pubblico, augurandogli ogni bene, poi una coinvolgente Pink ballon apre la strada a Burn one down, uno dei miei pezzi preferiti dell’album Fight for your mind, che mi soddisfa tanto da consentirmi di perdonare il piccolo scivolone di Harper sulla seconda strofa (ha scritto mille mila canzoni, ci sta che si dimentichi una frase, disse quella che ancora non ha imparato a memoria il codice del Bancomat). Quando ormai pensavo che la bellezza fosse al culmine, ecco che arriva Where could I go, estratta dal disco There will be a light, realizzato con i Blind Boys of Alabama. Un Ben timido ed emozionato, abbandona la sua postazione e il microfono, si sporge dal palco, chiede silenzio (e vi risparmio il racconto della fatica fatta per ottenerlo) e canta, con la sua voce che arriva dritta e pulita dentro allo stomaco, e ti fa perdere il filo di qualunque cosa. Un regalo, per il pubblico e per se stesso, la dimostrazione della sua grandezza, confermata dall’umile gesto di levarsi l’inseparabile cappello e mostrarsi così, nudo, integro e genuino, ma allo stesso tempo potente e carismatico come nessun altro.

Il brano si chiude a fatica, perchè gli applausi sono interminabili, i musicisti restano fermi, sul palco, in attesa di poter suonare l’ultima nota, ma non puoi arrestare un treno in corsa, né tanto meno l’emozione della gente davanti a tutta questa meraviglia. Steal my kisses stempera gli animi, e d’improvviso stiamo tutti ballando su una spiaggia californiana con l’oceano ad accarezzarci i piedi, mentre tutte le mani scattano in alto sulla bellissima With my own two hands, perfetta per chiudere due ore abbondanti di live.

20161007_214626Ben Harper & The Innocent Criminals sono uno spettacolo vero, diretto, reale, onesto, senza fronzoli, luci stroboscopiche o grandi colpi di scena, si divertono sul palco e fanno divertire, sanno suonare come pochi ma fingono che sia facile, sembrano nati per fare questo, sono un concentrato di talento e tecnica senza alcuna superbia, hanno l’umiltà dei grandi e l’entusiasmo dei novizi, scaldano il cuore e sorridono, sorridono sempre. Inutile aggiungere altro, se non un piccolo rimpianto per quella Excuse me mr? annunciata nei giorni precedenti e mai eseguita.

Ma non importa, Ben, ti voglio bene lo stesso, tranquillo. E ci mancherebbe. Tanto alla prossima ti farai perdonare. Ne sono certa.

 

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