Tuxedomoon, 35 anni in una notte

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La cult band cosmopolita per eccellenza di scena a Milano venerdì 10 giugno: tornano i Tuxedomoon, per celebrare i 35 anni dell’album d’esordio, Half mute e interpretare i brani di una carriera iniziata alla fine degli anni Settanta a San Francisco e da lì diramatasi in più Paesi in tutto il mondo, Italia inclusa. Anzi, nella Penisola hanno mantenuto uno zoccolo durissimo di ammiratori che non mancano di assiepare i loro purtroppo sempre più rari concerti. La performance è attesa alle 22 al Black Hole di viale Umbria 118 (ingressi a 20 euro). Sono della partita i fondatori Steven Brown, Peter Principle e Blaine L. Reininger, nonché Luc Van Lieshout, che si unì alla formazione proprio per sostituire quest’ultimo, mentre Bruce Geduldig, vero e proprio regista del gruppo che ha curato le luci, le proiezioni e lo spettacolo per tanti anni, è scomparso nel marzo scorso. Il tour è dedicato alla sua memoria.

I Tuxedomoon sono stati, e continuano a essere, uno degli ensemble più innovativi pur non avendo inventato niente. I filmati durante i concerti erano già pratica comune per Velvet Underground e Pink Floyd, da una parte e dall’altra dell’oceano, ma loro ne hanno fatto una forma d’arte a parte, mentre la colonna sonora proviene da strumenti acustici ed elettronici senza porsi questioni di genere: dalla canzone d’autore al synth pop, passando per la dance e la musica cameristica, numerose influenze etniche dal Messico ai Balcani fino al teatro dell’assurdo. Se i primi dischi, Half mute e Desire sono tra i capolavori della new wave, già con Divine perfezionarono il connubio accompagnando un balletto di Béjart dedicato a Greta Garbo. Transfughi dalla California, hanno trovato una nuova casa negli anni Ottanta tra il Belgio e l’Italia. Ad Ancona realizzarono la leggendaria Ghost sonata, una pièce che ha fatto storia anche se quello dei Tuxedomoon è da sempre un nome che vive maggiormente del passaparola, lontano dalle classifiche, in tutti i sensi. Non c’è più Winston Tong, lo straordinario performer giapponese che ha firmato anche il brano più celebre, In a manner of speaking (più nelle interpretazioni altrui che nell’originale), ma lo spirito è quello degli esordi con il lirismo di Brown al sax e alle tastiere, le divagazioni zingaresche di Reininger al violino, la precisione millimetrica di Principle sul basso, le elucubrazioni di Van Lieshout alla tromba e architetture visive affidate, ora, all’austriaco David Haneke. Un live da non perdere.

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