Tutti i Kolors di Stash, in concerto a Como per You

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Bellezza, bravura e grinta da vendere, con quel pizzico di ironia che non guasta mai. Questi i segni particolari di Stash, Alex e Daniele, in arte The Kolors, che sabato 15 luglio si esibiranno sul palco dell’Arena del Teatro Sociale nell’ambito del Festival Como Città della Musica. Partito giovanissimo da una sala prove come tante e dalla passione comune per il rock e l’elettronica, il trio si è fatto conoscere nella scena underground italiana e internazionale, arrivando ad aprire concerti di artisti del calibro di Paolo Nutini. Dopo la loro avventura ad Amici, che nel 2015 li ha portati a vincere e ad aggiudicarsi il premio della critica, e il grande successo ottenuto da Out, quattro volte disco di platino, The Kolors sono ora impegnati nel tour di presentazione del loro nuovo album, You, arrivato dopo due anni di intenso e accurato lavoro.

The Kolors: Daniele Mona, Antonio Stash Fiordispino e Alex Fiordispino

A questo nuovo disco hanno partecipato molti artisti, tra cui elementi degli Oasis. Com’è nata questa collaborazione?
È nato tutto in maniera spontanea. Io avevo scritto una demo che richiamava molto lo stile Oasis, perché, per questo album, abbiamo seguito più il concetto di playlist che quello di LP, inserendo al suo interno più sapori e generi diversi. Temevo, però, che Dream alone, questo brano risultasse una sorta di imitazione, così, grazie a un contatto all’interno del nostro team di management, ho inviato una mail alla band per avere un feedback, aspettandomi una risposta del tipo: «Ragazzi, non ci imitate». Invece, dopo appena dodici minuti dall’invio ci ha risposto Andy Bell, scrivendo che il pezzo era una bomba e chiedendo di mandargli le tracce separate, così da poterci mettere le mani, se la cosa non ci dispiaceva. Ovviamente ha avuto carta bianca. Quando a fine agosto sono andato a Londra per terminare la pre-produzione del disco, ci siamo incontrati in un pub, mi ha riempito di complimenti per il nostro percorso e abbiamo iniziato a ragionare sul brano. Ha da subito proposto di coinvolgere Gem Archer per incidere le parti di chitarra, e qualche giorno dopo eravamo ai Metropolis Studios a registrare con gli Oasis! Per noi è stato un onore incredibile e un’emozione fortissima, perché loro sono una delle band con cui siamo cresciuti sia dal punto di vista umano che da quello artistico, ed essere in studio e sentire quel suono lì, che è proprio la loro firma inconfondibile, ci ha regalato una pelle d’oca che non si può raccontare. Al termine della registrazione volevo in qualche modo sdebitarmi, ma mi hanno dato una pacca sulla spalla e mi hanno detto di stare tranquillo e di averlo fatto volentieri, solo ed esclusivamente perché il brano li aveva colpiti. Questo non ha fatto altro che confermare la loro grandezza e nobiltà d’animo.

Oltre agli Oasis, quali altri artisti influenzano o hanno influenzato la vostra scrittura?
Abbiamo da sempre una predilezione per le band inglesi, e, in generale, tra quelle a cui ci ispiriamo di più, ci sono i Cure, i Queen, e, più di recente, gli Arctic Monkeys e i Kasabian. Tra le nuove uscite, personalmente mi piacciono molto i Twenty One Pilots e Drake, per il quale nutro molta stima.
Com’è cambiato, negli anni, il vostro sound e il vostro approccio alla musica?
Noi non ci sentiamo appartenenti a un genere preciso, e in questo disco, ricco di sapori e sonorità diverse, abbiamo voluto dimostrarlo, ma abbiamo allo stesso tempo un’identità forte nella scrittura, nelle melodie e nelle armonie. Pensiamo spesso a quando suonavamo nei locali davanti a pochissime persone, e ci accorgiamo che il nostro entusiasmo sul palco è lo stesso, si respira la stessa aria di allora. Giù dal palco è sicuramente tutto più gigante, ma le nostre giornate continuano ad essere fatte di musica. Ci divertiamo tantissimo e ci godiamo il presente, continuando a crescere, soprattutto a livello artistico. Una cosa di cui non ci sentiamo schiavi sono i numeri. Non abbiamo fatto il solito percorso post-talent, ma abbiamo lavorato con calma, ci siamo presi del tempo per costruire qualcosa di alta qualità, disinteressandoci della classica regola «batti il ferro finchè è caldo e tieni alto l’indice di gradimento». Questo non significa che screditiamo chi lo fa, ma noi abbiamo compiuto una scelta diversa, e non ne siamo pentiti.

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