Tremezzina Music Festival, un viaggio nel jazz da Bley agli Area

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Tremezzo sorniona, col suo Parco Teresio Olivelli affacciato sul lago e un cielo che abbaia (ma che per fortuna non morde) sulla testa. Tremezzo placida, lampi dietro le montagne, una luna sfacciata e l’isola Comacina che strizza l’occhio poco distante. Tremezzo fortunata, in questo giovedì 18 agosto, per il secondo appuntamento con il Tremezzina Music Festival, che vede il jazz protagonista grazie a due formazioni d’eccezione che si alternano sul palco ai piedi della monumentale scalinata firmata Pietro Lingeri.

Arrigo Cappelletti

Arrigo Cappelletti

La prima a esibirsi è il trio capitanato da Arrigo Cappelletti, jazzista filosofo comasco, sperimentatore, uno dei precursori del tango jazz in Italia che, al pianoforte, accompagnato da Furio di Castri al contrabbasso e da una vera leggenda come Bruce Ditmas alla batteria (uno che ha suonato con Jaco Pastorius e Pat Metheny, e scusate se è poco) dà vita a un intenso e suggestivo Homage to Paul Bley, con brani scritti dallo stesso Cappelletti (contenuti nell’omonimo album uscito nel 2015) e ispirati al pianista canadese, scomparso nel gennaio di quest’anno. Un’ora serrata, un paio di pause appena giusto per infilarci quegli applausi che il pubblico presente muore dalla voglia di lanciare nell’aria, spazio alla massima improvvisazione, sperimentazioni ritmiche e armoniche che si susseguono senza sosta, un matrimonio perfettamente riuscito tra tecnica e talento dagli incredibili virtuosismi.

Furio Di Castri

Furio Di Castri

Di Castri accarezza le corde abbracciando lo strumento come un’amante appassionato e premuroso, Ditmas è il cuore pulsante dell’intera esecuzione, Cappelletti conferma la propria maestria tra i tasti bianchi e neri.

Dopo una breve pausa è la volta del compositore e pianista Patrizio Fariselli, affiancato da Marco Micheli (basso elettrico e contrabbasso) e Walter Paoli (batteria) con l’Area Open Project Trio, costola preziosa del Reunion tour, che in poco meno di quattro anni, dal 2010 al 2014, ha annoverato una serie impressionante di concerti in tre diversi continenti, culminati con la pubblicazione di un doppio cd live. Fariselli sorride ai presenti, durante la presentazione, incitando tutti ad applaudire con entusiasmo, poi siede al piano e incastona tra loro Giro, giro tondo, Megalopoli e Danza ad anello (in nove ottavi), pezzi del repertorio degli Area scritti tra il 1975 e il 1980.

Patrizio Fariselli

Patrizio Fariselli

«Siamo in uno dei posti più belli del mondo», afferma Patrizio, presentando Cometa rossa e le sue sonorità elettroniche e arabeggianti, che escono fluide dal synth appoggiato sul pianoforte a coda. Corrono velocissime, le dita e le emozioni, anche le campane che scandiscono l’ora sembrano parte di un progetto infinito. Il bandito del deserto, scritta nel 1978 da Demetrio Stratos («Lo salutiamo», dice Fariselli, alzando gli occhi e un dito al cielo), è preceduta da Paidusca, un brano tradizionale dell’antica Tracia (un territorio che oggi comprende il nordest della Grecia, il sud della Bulgaria e la Turchia europea) che richiama una danza sciamanica per flauto e tamburo, «e che può andare avanti fino al mattino, ma solo grazie a sesso, droga e rock&roll. I nostri antenati non avevano nulla da invidiare alle nostre generazioni, da questo punto di vista», scherza il musicista romagnolo.

Marco Micheli

Marco Micheli

Catapultato in una dimensione onirica, il lago si espande, pare di cogliere profumi di erbe e spezie, viene voglia di alzarsi e ballare fino allo sfinimento. Presentati i musicisti, Patrizio introduce Efstratios, brano da lui composto e dedicato alla memoria di Demetrio, omaggiando così anche il vero nome greco di questo artista straordinario. Un omaggio delicato e commovente, che inizia con uno struggente assolo di piano, a cui fanno eco eleganti interventi di tastiera elettronica. Il saluto prima del bis spetta a Luglio, agosto, settembre (nero), primo brano scritto dagli Area nel 1973, sul quale il pubblico viene invitato a partecipare attivamente a una piccola performance sonora: «Tempo fa, in un documentario, abbiamo visto un anziano palestinese mostrare delle chiavi. Erano le chiavi di casa sua, da cui era stato cacciato e che non vedeva da decenni. Quelle chiavi, conservate con cura e tramandate di padre in figlio, servivano a ricordare che quella era casa loro. Ora, in solidarietà con questo popolo, vi invitiamo a far tintinnare le vostre chiavi di casa.» Un suono leggero, acuto e potente sottolinea una voce femminile, che in arabo parla d’amore (Habibi, una parola che sa di bellezza, a prescindere), prima che le note esplodano dal palco. Il bis, acclamato con una meritatissima standing ovation, è quella Gioia e rivoluzione che «non stiamo nemmeno a presentare, tutti quanti la fanno, e la fanno male, ma noi la eseguiremo in un modo completamente diverso», e che si scioglie in un tenero abbraccio jazz.

Walter Paoli

Walter Paoli

Mezzanotte arriva, il lago è ancora lì, la superficie violata dalla luce lunare, forte e primitiva. Il concerto è terminato, ma resta sulla pelle la sensazione che il passato abbia ancora parecchio da insegnarci, perchè quello che abbiamo imparato è poco e non basta. Rimbocchiamoci le maniche, dunque. Questo è il tempo giusto per farlo.

(Foto di Edmondo Canonico)

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