Tra jazz e contaminazione: parlano i protagonisti del Tremezzina Music Festival

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Il duo di Baba Sissoko e Antonello Salis (nella foto in alto) e il Filippo Vignato Trio sono stati i protagonisti della seconda serata del Tremezzina Music Festival. Una notte fra jazz, sperimentazioni e incroci fra culture. Ho incontrato entrambe le formazioni per qualche domanda riguardo la natura della loro musica, ed ecco cosa ne è uscito. Eccoci con il giovanissimo Filippo Vignato Trio, composto, oltre che dal jazzista thienese vincitore del Top jazz 2016, da Yannick Lestra (francese) e Attila Gyarfas (ungherese). Con loro parliamo di jazz contemporaneo, impovvisazione ed elettronica.

Yannick Lestra

Siete un trio, oltre che giovane, anche internazionale. Come vi siete incontrati?
Ci siamo incontrati a Parigi nel 2014, vivevamo tutti lì e studiavamo nello stesso contervatorio. Io avevo in mente di fare un trio con questi strumenti e assieme ci siamo trovati bene, è stato un processo abbastanza naturale.

Qual è il vostro rapporto con il jazz? Avete dei punti di riferimento artistici?
È una domanda difficile, perché moltissimi musicisti ci influenzano. È davvero difficile fare nomi, ci sono talmente tanti artisti nella storia della musica, e anche individualmente abbiamo diverse influenze.

Attila Gyarfas

Filippo: il tuo disco si intitola Plastic breath (respiro di plastica). Vuoi dirci qualcosa a riguardo? Cosa vuoi comunicare con il titolo del disco?
È una sorta di concept, o meglio, un’idea. Siccome noi usiamo l’elettronica, per me l’elettronica altera il suono che viene dallo strumento a fiato. Il nostro è un suono che si plastifica, si corrompe, non è più come prima. La musica di oggi, o comunque il jazz in generale, ha sempre vissuto nel contesto in cui si sviluppa. Il jazz di adesso è diverso di quello di 10, 20, 30 anni fa.

Cos’è per voi il jazz contemporaneo?
Gyarfas: Il jazz contemporaneo non significa veramente qualcosa. Deve solo essere fresco. È impossibile fare qualcosa di completamente nuovo, l’importante è che sia fresco.
Vignato: Noi restiamo in ambito jazzistico per una questione meramente categorica, ma a noi non interessa essere jazz, interessa fare musica a prescindere. L’importante è, appunto, che sia fresco, nel senso che accade e vive nel momento presente. Attraverso l’improvvisazione, questo tipo di musica accade una volta e non sarà mai uguale a sè stessa. È questa la differenza.
Lestra: È difficile dare una definizione del jazz contemporaneo. Per me è un incontro fra persone, suoni diversi. È confronto, suonare senza restrizioni. Crediamo che tanta musica, non definita jazz, sia più jazz di tante altre definite tali.


Con Baba Sissoko e Antonello Salis, duo italo-maliano, ci confrontiamo riguardo musica, interculturalità e contaminazioni artistiche.

Avete radici diverse, e il vostro è un esempio di come le culture possano incontrarsi, confrontarsi e intrecciarsi. Come siete arrivati a suonare assieme? Potremmo definire il jazz come la vostra lingua comune?
Sissoko: Prima di tutto una precisazione: il jazz è solo un nome. Possiamo dire come siamo arrivati alla musica che suoniamo insieme. La musica che facciamo io e Antonello, che collaboriamo da diversi anni, ha una base sia umana che artistica. Per noi la musica è un regalo, e, quando suoniamo insieme, all’ottanta per cento la musica arriva dall’improvvisazione sul palco. Questo è un feeling che si trova con pochi musicisti: la nostra musica non è scientifica ed è senza frontiere, è una sorta di musica della pace.
Salis: Siamo arrivati alla musica seguendo strade diverse. Io, in passato, ho percorso diverse vie, soprattutto jazz. Ma siccome sono innamorato di tutte le musiche del mondo, è normale che mi innamorassi di Baba Sissoko. Io suono anche cose più elettriche, mi capita di passare da Jimi Hendrix a John Coltrane, suono dalla musica latina e musica africana. Io, come Baba, sono solo al servizio della musica.

Baba Sissoko

Antonello, vanti un numero altissimo di collaborazioni. In base a cosa decidi di collaborare con altri musicisti?
Ogni persona fa una storia a sé, da ognuno prendi qualcosa. Le collaborazioni che ho fatto sono nate spontaneamente, non le ho mai cercate. Quando capita di fare qualche progetto, io cerco le persone che penso possano essere funzionali. Spesso quando si creano i supergruppi, la musica che ne esce non funziona. Ma, dato che la musica è la prima cosa, è importante che ci siano le persone giuste.

Baba, le tue origini sono africane, sei un griot del Mali, ovvero una sorta di biblioteca umana per quella che è la tradizione del tuo popolo. Sei un saggio, e conservi molto riguardo la tua tradizione e la tua cultura. Quale differenza vedi nella fruizione della musica fra l’Europa e il Mali?
L’Africa è un altro pianeta. Io ho imparato la musica con la mia famiglia, quando ero bambino. La mia è una cultura molto speciale. In Mali ho imparato musica con la testa e con il cuore, in Europa invece si impara attraverso un processo più razionale. La musica è bella perchè ci si confronta, in Europa ho collaborato con moltissimi artisti, scontrandomi spesso con la mia cultura. Ma il messaggio più importante che voglio dare con la musica l’ho imparato quando ero bambino: la solidarietà, l’ascolto, sono tutte cose che ho imparato grazie alla mia famiglia, quando ero piccolo. Per questo sento di vivere ancora la mia cultura, in tutti i sensi.

Filippo Vignato e Baba Sissoko

Con Baba Sissoko e Antonello Salis (che durante la performance indossa la maglietta di Emergency) la musica è un incontro al di là di ogni confine fisico e culturale. Una serata carica di bellezza e umanità al Tremezzina Music Festival, per una notte all’insegna dell’improvvisazione fra jazz, elettronica e percussioni.

(Foto di Edmondo Canonico)

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