Tiziano Ferro a San Siro, cronaca di una conquista (e chi l’avrebbe mai detto?)

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Dunque, leviamoci il dente: sono andata al concerto di Tiziano Ferro e mi è pure piaciuto. Ecco. Chi mi conosce bene, a quest’ora vagherà smarrito per la propria dimora stracciandosi le vesti al grido di «Come è potuto accadere? Dove abbiamo sbagliato?», ma questo è quanto e indietro non si torna. Sabato 17 giugno ci sono anch’io, fra le cinquantamila (così dicono) persone che affollano lo stadio di San Siro per la seconda tappa milanese de Il mestiere della vita tour, un pubblico vario e vivace, in cui è facile distinguere le fan accanite (fascia, maglietta a tema, selfie selvaggio), il parente accompagnatore (sguardo vacuo, superpanino doppia salamella, bermuda stropicciato), il fidanzato in avanzato stato di rassegnazione (passo strascicato, muso lungo, mano molle in quella della dolce metà), coppie entusiaste (bicchieri di birra, foto io-a-te-tu-a-me, baci a volontà).

Superati i controlli, la fila per il bagno (in un concerto a presenza prevalentemente femminile la fila per il bagno è un must) e la difficoltà nel capire la collocazione dei posti, io e l’amica mia (che da questo punto in poi chiamerò La Socia) ci accomodiamo al secondo anello blu, affacciate su un palco dalle dimensioni gigantesche. Poco prima delle 21 l’enorme complesso architettonico inizia a illuminarsi, una pedana cala dall’alto mentre sugli schermi scorrono e si inseguono correnti d’acqua, che terminano in una (reale!) cascata, accompagnata dalla lettura di alcune frasi sull’amore, la resistenza e tutto il cucuzzaro (pare sia di moda, di questi tempi, l’incipit letterario). Tiziano fa il suo ingresso accolto da un boato, e infila, in successione, Il mestiere della vita, Solo e L’amore è una cosa semplice, prima di salutare il pubblico. Forse perchè non si sente benissimo (dei problemi di acustica di San Siro parleremo un’altra volta, o tocca far notte) o forse perchè è emozionato (nonostante sia già alla seconda serata), ma l’inizio pare un po’ sottotono, da modalità diesel, per intenderci. Ad accompagnarlo, tre da un lato e tre da un altro (ne intuisco vagamente numero e presenza, dalla distanza in cui mi trovo) Luca Scarpa (tastiere), Christian Rigano (tastiere e synth), Alessandro De Crescenzo e Davide Tagliapietra (chitarre), Andrea Fontana (batteria) e Reggie Hamilton (basso), che sbagliano l’attacco di Valore assoluto, inducendo il nostro a fermarsi, scherzarci su e ricominciare da capo, senza farne un dramma. Il live acquista potenza e carisma, La Socia le sa tutte, io decisamente meno, ma su Il regalo mio più grande, Hai delle isole negli occhi, Indietro, La differenza tra me e te, Ero contentissimo, Di sere nere e Xdono mi scopro a canticchiare qualche verso qua e là, mentre intorno a me si levano cori a profusione, e scopro che la torcia del cellulare is the new accendino ai concerti (che tanto te li sequestrano all’ingresso, quindi si fa di necessità virtù).

Se ci sono cose che al buon Ferro non mancano sono l’estensione vocale e l’intonazione, oltre alla capacità di tenere il palco e l’attenzione incollata su di lui, con un tripudio di luci e laser che si godono appieno solo quando il sole caldissimo inizia a calare e la penombra regala un filo di sollievo al sudore di tutti. I maxischermi ce lo restituiscono con due braccia dai bicipiti ormonalmente destabilizzanti, Il sole esiste per tutti, Senza scappare mai più, E Raffaella è mia (qui lo stadio si scatena) e Ti scatterò una foto anticipano il momento «che preferisco, perchè mi sembra di tornare indietro nel tempo» in cui, arrotolandosi le maniche della camicia bianca, si siede su uno sgabello al centro della passerella e, accompagnato in set acustico dalle chitarre, manda la folla in visibilio con un medley tra Imbranato, Troppo buono e Fuori e buio. Poi eccolo, il coup de théâtre: «Questo è l’attimo in cui io osservo voi, ma vorrei che uno di voi potesse godere di questa vista», dice, chiedendo a qualcuno tra il pubblico di salire sul palco insieme a lui. Alla fortunata prescelta tremano le gambe mentre lo affianca, sussurra di chiamarsi Mary e alla domanda «Di dove sei?» le sinapsi le vanno in corto circuito e risponde «Non lo so», prima di ammettere (dopo diversi secondi di imbarazzo) di venire da Roma. Tiziano tenta di strapparle inutilmente un benché minimo pensiero razionale, poi ci rinuncia, la abbraccia e la poveretta abbandona qualunque speranza di lucidità, tornando al suo posto in preda a chissà quali sconvolgimenti emotivi.

Per dirti ciao! fa sciogliere La Socia in un pianto che contagia anche me, su La fine si chiude questa parte del concerto, e siccome siamo già a diciotto brani e quasi due ore di concerto mi aspetto un bis di tre brani e non di più. Sbaglio clamorosamente, l’artista rientra (e nel frattempo si è pure cambiato, sfoggiando un abbigliamento più casual) e si gioca la carta sexy con Rosso relativo, Stop! Dimentica e Perverso, tornando a strappare lacrime e cuori grazie a Alla mia età, L’ultima notte al mondo e la bellissima versione di Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco, che ha aperto l’edizione di quest’anno del Festival di San Remo. Esce di nuovo, pochi istanti e sono ancora Incanto e Lo stadio, con gli spalti che vibrano sotto il peso della marea umana che salta e balla.

Ora è davvero finita, penso, e invece no, perchè, indossando un’altra maglietta, Tiziano gioca la carta de Il conforto (che senza Carmen funziona a metà, ma questo solo perchè Lei è Lei e già sapete come la penso a riguardo), Non me lo so spiegare e, dopo aver ringraziato il pubblico «che mi ha salvato la vita» termina, e questa volta davvero, con Potremmo ritornare, sul finale della quale grosse nuvole compaiono sugli schermi, lui sparisce per ricomparire, a braccia aperte, sotto la cascata, con l’acqua che lo investe per un minuto abbondante. Bocche spalancate, grida deliranti e spellamento di mani generale, le ultime note dei musicisti nemmeno si sentono, tanto è il frastuono.

Due ore e mezza di concerto, trenta brani, un’esibizione davvero soddisfacente fanno di questa un’esperienza che ricorderò con piacere, nonostante le due ore di colonna per uscire dal parcheggio di Lampugnano (non parcheggiate mai all’ultimo piano, che la vista è bella ma per salvarvi o siete Raperonzolo o vi rassegnate). Tiziano è uno che non si risparmia, che accontenta il pubblico ed è autocelebrativo quel tanto che serve. Pollice alto, dunque. Chi l’avrebbe mai detto?

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