The Six Hope Demolition Project: PJ Harvey, tra musica e denuncia sociale

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Il 15 Aprile scorso, a cinque anni dal suo predecessore, è uscito The hope six demolition project, ultimo lavoro in studio di PJ Harvey.

L’attesa attorno a questo suo nuovo album, per i fan di vecchia data e non, è diventata, non dico estenuante, ma qualcosa di molto simile. È infatti la prima volta in tutta la sua carriera che per riuscire ad ascoltare del materiale nuovo si è dovuto aspettare così tanto tempo. Quando però su YouTube il 21 gennaio scorso è comparso il teaser del disco (con annessa anticipazione di due estratti, le bellissime The wheel e The community of hope) si capì fin da subito che l’attesa avrebbe ripagato le aspettative di chiunque stesse aspettando questo suo nuovo capitolo.

Era da un po’ che non mi capitava di comprare CD a scatola chiusa, ma ultimamente sta succedendo una cosa strana. Non so a voi, ma a me sta capitando sempre più spesso di comprare dischi nuovi, pubblicati da band e artisti che sono in giro da anni e che alle spalle hanno decine di pubblicazioni e, anziché ritrovarmi di fronte a lavori bolsi, boriosi, pieni di falle ed esercizi di mestiere, sbatto il muso contro quella cosa che pare stia tornando di moda: fare bei dischi. E tutto questo in un epoca dove – ahi noi – è chi sei e non quello che fai il valore aggiunto.
PJ_Harvey_The_Hope_Six1. The Community of Hope
2. The Ministry of Defence
3. A Line in the Sand
4. Chain of Keys
5. River Anacostia
6. Near the Memorials to Vietnam and Lincoln
7. The Orange Monkey
8. Medicinals
9. The Ministry of Social Affairs
10. The Wheel
11. Dollar, Dollar
Non è questo il caso di Polly Jean (quando invece lo è stato eccome per Iggy e Ben, per citarne due tutt’altro che a caso), perché lei un disco brutto, in questi ventiquattro anni di carriera, non lo ha mai pubblicato.

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Dismessi panni della riot girl usati nel trittico Dry / Rid of me / To bring you my love, quelli sperimentali nel bellissimo Is this desire? e quelli della rocker matura, consapevole e consacrata in Stories from the city stories from the sea e Uh huh her, con Withe chalk, Let England shake e questa sua ultima fatica in studio ci si trova di fronte a un’artista nel bel mezzo di un periodo particolarmente ispirato, soprattutto per quanto riguarda i testi e le tematiche affrontate in questi suoi ultimi tre lavori. Devo ammettere che da fan sfegatato della prima PJ, di primo acchito ho fatto fatica ad assimilarli, ma una volta approfondito l’ascolto ed essermi accorto della profondità dei pezzi che li compongono e della ricerca con la quale questi tre dischi sono stati registrati, è stato impossibile non adorarli.
Questo disco, come il suo predecessore, tratta tematiche sociali e parla nello specifico di un’attualità dove il tema portante è la disuguaglianza e gli impari diritti della popolazione statunitense FOTO1che, volente o nolente, è da parecchi anni lo specchio sulla civiltà occidentale della quale facciamo parte. Il titolo del disco si rifà a Hope VI, un progetto che prevedeva la demolizione di alcune case popolari per edificare al loro posto nuove strutture ed abitazioni che, visti i costi, depenalizzavano le persone con un basso reddito. Quindi dal nuovo al vecchio, dal presente al passato, dall’Inghilterra agli Stati Uniti. Come per la storia dell’uomo, anche quella dell’artista muta, si sposta, migliora o peggiora.
In questo caso specifico, conferma.

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