The Cure: 3 ore di dark pop da brividi

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img_1741Atmosfere psichedeliche, pop trasversale e qualche rimando alle prime cupe stagioni del post punk hanno caratterizzato martedì sera il primo dei due concerti milanesi di Robert Smith e dei (più che mai) suoi Cure. Non la migliore delle esibizioni del gruppo, diciamolo subito, ma il tempo passa per tutti, e onestamente, a parte Springsteen, quanti altri come il nero folletto di Blackpool possono tenere ancora oggi il palco per oltre tre ore, calamitando l’attenzione di un pubblico assolutamente eterogeneo, con il solo ausilio di un cuore immenso e di un repertorio che ha fatto epoca arrampicandosi sulle vette più cristalline del sentimento romantico e scandagliando le profondità abissali del male di vivere?

La formazione britannica, si sa, ha cambiato più volte assetto attorno al suo incontrastato leader, con il solo Simon Gallup, fantastico trascinatore, a galoppare su e giù per il palco per tutta la durata dello show, unico superstite di stagioni irripetibili e memorabili. Non male la percussività tribale di Jason Cooper, mentre le tastiere di Roger O’Donnel risultano a tratti ridondanti, soprattutto ad inizio spettacolo, quando i suoni sono tutt’altro che perfetti e la pressione del volume non avvolge come dovrebbe. Non convince nemmeno il chitarrista Reeves Gabrels, in formazione dal 2012, autore di una performance poco affine al mondo dei Cure. Impagabili, invece, le variazioni delle linee vocali e le improvvisazioni di Robert Smith.

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Chi li ha visti spesso dal vivo sa perfettamente che lui non ama muoversi molto, ma comunica. Lo fa eccome, con brevi accennati passi di danza autoironici, interpretazioni sempre diverse a ogni spettacolo, sornioni ammicamenti da gatto domestico, abbracci baci e sorrisi al mascara e rossetto sbavato, e scalette a sorpresa, tutto al servizio di una voce tra le più affascinanti , dispettose e singolari della storia del rock. Il concerto prende il via da Open e High, primi due brani di Wish, album dal quale verranno riprese il maggior numero di canzoni (al termine se ne conteranno ben otto). Poi la sempre splendida A night like this, direttamente da The head on the door, altro disco ben rappresentato nel corso della serata, con quattro canzoni.

Pop e psichedelia oscura si alternano lungo il percorso con il pubblico (come è normale che sia) ammaliato soprattutto dai singoli, ma stranamente più vivace e coinvolto sugli spalti che nel parterre. Un tuffo ancora più indietro nel passato accende le ritmiche indiavolate di The walk e una tempesta di fasci di luce colorati. Di gran pregio anche le esecuzioni di Primary e di Charlotte sometimes. Dopo 17 pezzi, che vivono un picco emozionale notevole con la meravigliosa e struggente Trust, ecco il primo stop, seguito, come ormai da tradizione, da ben tre ritorni in scena.

L’apertura del primo encore regala il prezioso inedito It can never be the same, con Robert che sembra quasi commuoversi nel declamarla, poi pubblico in totale simbiosi con la band per il rito di A forest. Sugli scudi, ovviamente, il basso di Simon, davvero infaticabile, con indosso una canottiera degli Iron Maiden, lo strumento suonato rigorosamente ad altezza caviglia, ciuffo da Elvis dell’oltretomba, e carisma da vendere. Assistere a un’esibizione dei Cure richiede attenzione, amore per la loro musica, per il loro percorso, che si è sempre fatto beffa delle etichette, arrivando a osservare con sguardo curioso ironico e benevolo i cosplayer e gli imitatori, che, seppur in numero minore, ancora oggi si vedono mescolati ad una platea non catalogabile, proponendo senza timore alcuno, criptici incubi introspettivi da un altro pianeta al fianco di romanticissime canzoni di pop intelligente e ballabili flussi dai connotati eletro funky.

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Non possono quindi mancare canzoni popolarissime come Lullaby, Close to me, Friday I’m in love, Boys Don’t cry, accanto a chicche come Shake dog shake, Burn (pezzo realizzato per la colonna sonora del film Il corvo) e Fascination street. Ultimo brano in scaletta Why can’t I be you?, e al Forum si scatenano le danze finali, poi i saluti, intensi, onesti, pieni di gratitudine, per un pezzo fondamentale di storia del rock.

Setlist

Open
High
A night like this
The walk
Push
In between days
Pictures of you
This twilight garden
Lovesong
Primary
Charlotte sometimes
Just like heaven
Trust
Want
The hungry ghost
From the edge of the deep green sea
End

Primo bis:
It can never be the same
Shake dog shake
Burn
A forest

Secondo bis:
Lullaby
Fascination street
Never enough
Wrong number

Terzo bis:
Hot hot hot!!!
Friday I’m in love
Doing the unstuck
Boys don’t cry
Close to me
Why can’t I be you?

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