Terremoto in Tremezzina con Banda Osiris e Ottavo Richter

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Prendete un mercoledì qualunque di metà agosto, una dolce serata tiepida ed un magnifico specchio d’acqua. Aggiungete dieci musicisti di straordinaria bravura, agitate con cura ed ecco che, all’improvviso, Tremezzo si trasforma in New Orleans. Bastano questi pochi ingredienti, ma di assoluta qualità, per dare il via alla sedicesima edizione del Tremezzina Music Festival, che parte così, sotto un’ottima stella. Perché la serata promette bene già solo sulla carta, ma chi ha il privilegio di essere qui, in questo momento, di certo si porterà a casa qualcosa di davvero unico.

Ottavo Richter

I primi a salire sul palco sono gli Ottavo Richter, sei guasconi dal carisma incredibile, un concentrato di suono e potenza che, sin dalle prime note, sa riconciliarmi con un genere musicale mai stato esattamente nelle mie corde (per intenderci, al secondo giro di improvvisazione jazz e/o blues solitamente mi si allarga lo sbadiglio), ma che ora, grazie a loro, posso guardare sotto una luce diversa. Perché gli Ottavo Richter hanno una formula imbattibile, qualcosa che li rende irresistibili, anche ai miei occhi: sono capaci di divertirsi, e di conseguenza, sanno far divertire. Ne sono una prova inconfutabile le decine di piedi che, sotto le sedie, sulla ghiaia, in mezzo all’erba, proprio non ce la fanno a stare fermi. Ne sono una prova inconfutabile i sorrisi e gli applausi, fragorosi, spontanei e a scena aperta, dei presenti, tanti, tantissimi, abbagliati dalla precisione ritmica della batteria di Paolo Xeres, dalla versatilità di Marco Xeres, il cui basso sa essere al contempo sostegno e protagonista, dalla voce e dall’estro di Alessandro Sicardi alla chitarra; un pubblico entusiasta che perde completamente il senno per il trio delle meraviglie, composto da Luciano Macchia al trombone, Raffaele Kohler alla tromba e Domenico Mamone al sax baritono. Una decina di brani, travolgenti e ben costruiti, nei quali trovano spazio atmosfere brasiliane, blues profondi (uno dei quali ospita la bella voce di Nadia Braito), sonorità giocose e sapienza jazz, fino a toccare, con grande maestria, il rock beatlesiano di I saw her standing there, il grunge spietato di Smells like Teen Spirits dei Nirvana e il surf di Misirlou, nell’amata versione alla Pulp fiction di Tarantino.

La Banda OsirisRoberto Carlone, Gianluigi Carlone, Sandro Berti e Giancarlo Macrì

Un veloce cambio palco e la scena (e gli occhi, le orecchie, gli altri organi di senso e pure di qualche apparato circostante) è tutta per la Banda Osiris. Il problema, con loro, è che non ce la si fa proprio a raccontarli. Non ce la si fa, perché la Banda Osiris bisogna vederla, e soprattutto ascoltarla. Come si raccontano la bravura, l’ironia, l’eleganza dissacrante, la perfezione nei tempi e nei modi? Come si racconta la genialità di quattro mostri sacri della musica, che scrivono un libro che si intitola Le dolenti note, ne propongono una strabiliante versione 3D davanti al tuo naso e passano più di un’ora a dirti che «Il mestiere di musicista se lo conosci lo eviti», mentre tu sei lì che ridi fino alle lacrime e vorresti disperatamente avere anche solo un mignolo della loro capacità artistica? Non si può, in nessun modo, perché le parole non ce la fanno, a sostenere il confronto.

La morte del cigno secondo la Banda Osiris

Così non puoi fare altro che godertela, la Banda Osiris, come un regalo inaspettato in un giorno qualsiasi, e nonostante te lo dicano, te lo suonino e te lo cantino pure, che, a fare il musicista, in Italia soprattutto, son poche gioie e molti dolori, ti sorprendi a benedire il cielo, o chi per esso, per la loro luminosa resistenza, così accecante e carica di gioia furiosa. Sandro Berti (mandolino e trombone), Gianluigi Carlone (voce e sax soprano), Roberto Carlone (trombone e pianoforte) e Giancarlo Macrì (percussioni, batteria e bassotuba) sono portatori sani di un talento superbo, che cattura, affascina e conquista chiunque abbia la fortuna di assistere ad una loro performance; quello che raccontano, su questo palco, è un’amara, triste, insopportabile verità, che solo loro sono in grado di trasformare in riscatto e speranza, o, se non altro, di rendere un gocciolino più digeribile e tollerabile.

Il gran finale vede le due formazioni condividere spazi e strumenti, in un girotondo di suoni e virtuosismi che si rincorrono, saltano, fanno festa. Dieci, che sembrano uno e poi cento, tra scherzi, risate, assoli ricercati e ritmi sostenuti, prendono per mano il pubblico e si congedano da esso, mentre la standing ovation diventa necessaria e dovuta, a testimoniare che c’è chi, a prescindere dalla fatica e dai percorsi accidentati, il mestiere del musicista lo sa fare dannatamente bene. E meno male.

(Foto di Edmondo Canonico)

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