Super Appino incanta il Tittoni

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Parco Tittoni, Desio, esterno notte. Manca poco alle ventitrè. Sul palco a ridosso della scalinata, dove il colpo d’occhio mozza il fiato, sale Andrea Appino, per l’ultima data di questo tour e della sua avventura in solitaria, a quanto dice.

Con lui Francesco Pellegrini, instancabile chitarrista-fuscello (va bene la magrezza, ma qui si fa concorrenza a Otto il fagotto, santo cielo!), percussionista e molto altro, che, insieme a Rolando Cappanera (batteria) e Enrico Amendolla (basso) accompagna e asseconda la follia pisana di uno dei musicisti più dotati della scena italiana.

La mise è rigorosamente nera, tra pelle, borchie e frange, i capelli scomposti e selvaggi, quasi a voler far concorrenza ai Kiss (senza trucco, però, che anzi il maestro Pellegrini mi sfoggia un colorito roseo e sano assolutamente invidiabile), il sorriso è quello accattivante e sornione che non diresti mai, mentre i primi accordi di Grande raccordo animale si fanno strada tra il pubblico, che esulta davanti al finale di tamburi picchiati con sapienza da entrambi, uno di fronte all’altro.

13268551_10209897895552357_5554175440594124338_o«Buonasera a tutti, ho il dubbio onore di essere Appino» esordisce, prima di eseguire La volpe e l’elefante, al termine della quale si spoglia della giacca e rimane in canottiera (nera, spallina larga, attillata al punto giusto) mostrando un fisico decisamente in forma e strappando un sospiro di gioia alla mia vicina di ghiaia. Dopo Che il lupo cattivo vegli su di te (e sul “na i ni a na” ci sentiamo un po’ tutti “l’agnello di dio”) è la volta di 1983, introdotta da un aneddoto autobiografico: «C’è questa fotografia, scattata nel 1976, due anni prima che nascessi io. Sopra c’è mio padre, che lavorava alla Piaggio di Pontedera, con la tuta blu e un paio di compagni vestiti come lui. Ha conosciuto mia madre in mensa, quindi posso dire di essere figlio indiretto di una vespa e del boom economico. Erano gli anni delle fabbriche, della televisione, dei grandi cantautori come De Gregori e De André. Ecco, ogni generazione ha i cantanti che si merita. Fatevi delle domande.»

Poi si leva di dosso la chitarra e scende tra il pubblico, dando inizio al consueto momento della terapia. Invita tutti a sedersi a terra («Tanto è pulito») e, sdraiandosi su chi lo circonda (niente, m’ha schivato d’un soffio e ha scelto la mia vicina, che penso sia ancora sotto shock) esegue I giorni della merla, mentre la gente intorno canta insieme a lui. Tornato sul palco è la volta di Fuoco! (ecco, su questa mi emoziono, lo ammetto) e un’intensa Ulisse, stemperata da un goliardico «Ci sono tanti tipi di odissee, tipo quelli che nascono a Pisa e poi vanno a vivere a Livorno», che strappa una risata collettiva. Otto il fagotto (dietro cui si nasconde il maestro Pellegrini, e credetemi, si fa quasi fatica a capire chi dei due ha più giro vita) è il protagonista di Tropico del cancro, che a me fa salire sempre una di quelle nostalgie gucciniane da perderci i sentimenti; su Il lavoro mobilita l’uomo Appino racconta di quando, per colpa dei pessimi risultati scolastici, iniziò a lavorare come apprendista muratore, scoprendo, a sue spese, che forse sarebbe stato meglio continuare a studiare (e qui, mio caro Andrea, incontri tutta la mia solidarietà).

L’isola di utopia, Rockstar e La Festa della Liberazione (dentro alla quale suona altissima Via della povertà di De André, ripresa anche da De Gregori, al secolo Desolation Row di Bob Dylan) conducono al gran finale, quel Testamento sul quale Appino si congeda dal pubblico e da questi brani, «Che vanno in pensione e non so se ritorneranno», dandoci appuntamento, quasi volesse consolarci (che poi ci riesce, altrochè), a novembre, per godere del nuovo album degli Zen Circus, in uscita il prossimo mese.

«Gli Zen Circus sono l’amore della mia vita» dichiara, poi abbraccia il maestro Pellegrini ed esce con lui tra gli applausi.

Parco Tittoni, esterno notte. È quasi lunedì. Dopo un’ora di concerto cala il sipario su Appino e le sue canzoni, che resteranno nella memoria di tutti, a dimostrazione del fatto che c’è ancora qualcuno, in Italia, capace di dire qualcosa di intelligente e di metterlo sapientemente in musica.

Cala il sipario su Appino e le sue canzoni, ma si accendono i riflettori su Ilenia, il nuovo disco degli Zen, atteso con l’impazienza sospesa degli amanti. Speriamo che la fiducia sia ben riposta.

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