Stupefacente Levante all’Alcatraz

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Ci ho rimuginato su tutta la notte. E anche la mattina seguente, tra un esercizio sugli apostrofi e una scheda di matematica. La sua grinta è inversamente proporzionale al peso corporeo («Ma mangi?», le chiederebbe qualunque nonna), sa tenere il palco come si deve e il livello di intonazione e l’estensione vocale ti inducono a perdonarle tutto, compresa una mise anni Ottanta che al confronto i Robinson parevano una famiglia di stilisti.

Levante, al secolo Claudia Lagona, è brava, indiscutibilmente brava, brava e molto amata, se si considera il sold out registrato per la data milanese del 16 maggio all’Alcatraz. Mantiene, anche sul palco, quell’aria a metà tra il «non ci credo» e il «me lo sono meritato», trascinandosi appresso una folla adorante, variegata ed eterogenea, per età, sesso, provenienza, taglio e colore dei capelli (ho visto cose che voi umani…). La band che la accompagna è davvero in gamba, lei salta, canta, suona e si diverte, soprattutto, cosa che non bisogna mai dare per scontata e che al pubblico arriva, eccome. Ha talento, Claudia, mentre snocciola, una dietro l’altra, serratissime, Le mie mille me, Non me ne frega niente, Le lacrime non macchiano, Ciao per sempre, 1996 La stagione del rumore e Io ero io, in un perfetto mix tra l’ultimo album, Nel caos di stanze stupefacenti e il precedente, Abbi cura di te.

L’atmosfera si addolcisce con Mi amo, si fa ironica con Sbadiglio e romantica con Cuori d’artificio, Diamante e Lasciami cadere, mentre Contare fino a 10 anticipa La scatola blu e Non stai bene, eseguite in solo chitarra acustica e voce. Al termine, Levante richiama il suo chitarrista, posiziona due microfoni ai lati e, dirigendo il pubblico come un maestro d’orchestra, dà il via ad uno dei momenti più emozionanti della serata, con Abbi cura di te.

Racconta, visibilmente felice, dei suoi inizi, di quando apriva i concerti di Max Gazzè e mai pensava che avrebbe realizzato un sogno così grande, mentre nell’aria si diffondono le note di Duri come me, seguita da Memo e Di tue bontà, che conducono alla breve pausa prima del bis, aperto con la famosa Alfonso, contenuta nel suo primo album Manuale distruzione del 2014, un brano il cui ritornello mi torna alla memoria tutte le mattine, al suono della sveglia.

C’è ancora spazio per Io ti maledico, Gesù Cristo sono io e Caos, sulla quale si chiude un live dalle visual spettacolari, dalla cassa picchiata con ferocia e dall’estrema carica di energia, degno della più navigata delle frontwoman. Forse si è persa un pochino l’anima cantautorale, quella che, nel primo disco, pareva raccogliere l’eredità Consoliana (ma come lei nessuna mai, sapete che sono di parte), a beneficio di sonorità pop che la rendono più mainstream, ma si tratta pur sempre di personali scelte artistiche, e le critiche lasciano il tempo che trovano.

Perciò tutto bene, Claudia, la strada è spianata e il futuro è roseo. La prossima volta, però, niente pantaloni a vita alta e canotta traslucida. Che è pur vero, come dice Manuel Agnelli, che non si esce vivi dagli anni Ottanta, ma così è troppo. Te lo direbbe anche Bill Cosby.

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