Steve Wynn, insyndacabili sogni a Cantù

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Un altro memorabile concerto è andato in scena All’Unaetrentacinquecirca di Cantù, con l’emozionante esibizione di una leggenda del rock alternativo a stelle e strisce come Steve Wynn, fenomenale leader dei Dream Syndicate e tra i sicuri padrini di un sound che verrà definito Paisley Underground e darà vita nei primi anni Ottanta a un’autentica scena musicale che, seppur di nicchia, influenzerà e influenza ancora oggi una considerevole serie di gruppi musicali in tutto il mondo. L’estro dell’artista di rango è palpabile fin dalle prime note e si diffonde galleggiando con leggerezza tra le fila degli appassionati accorsi ad ascoltarlo nel piccolo, illuminato e illuminante club brianzolo. A causa della defezione del violinista Rodrigo D’Erasmo (Afterhours), che avrebbe dovuto condividere con lui il palco, Wynn si è esibito da solo, in acustico, in uno show intimissimo dalla semplicità disarmante, ma al tempo stesso denso di emozioni sottese, e piccole, pulsanti, vibrazioni psichedeliche, capaci di rimandare con estrema eleganza al più fulgido percorso della band d’origine, riunitasi recentemente e pronta, a brevissimo, a fare uscire un disco di inediti.

L'autore e il cantautore

L’autore e il cantautore

Da quest’ultimo, nel corso dell’esibizione, l’intenso musicista e autore americano ha anticipato alcuni temi, destando un concreto interesse e dimostrando che i nuovi Dream Syndicate possono ancora dire la loro, dopo essere stati una originale miccia per un’esplosione che di li a poco disegnerà scenari fino ad allora impensabili, con l’avvento di nuove visioni psichedeliche e dei primi sussulti di un modo di essere che finirà con l’icarnare l’origine del grunge. Dal vivo il timbro vocale di Steve Wynn evoca, di canzone in canzone, una serie di mostri sacri della musica folk e rock americana come Dylan, Young, per arrivare al tono declamatorio e lazy di Lou Reed, e finire nelle suggestioni eighties di Peter Murphy (Bauhaus) e Stan Ridgway (Wall of Voodoo), ma il piglio è quello autorevole e rilassato di chi, senza troppe menate, ha rivitalizzato il sound lisergico degli anni Sessanta, filtrandolo attraverso la cultura punk di fine anni Settanta. Privo delle chitarre elettriche (fondamentali per raggiungere il climax riverberante della band d’origine), il cantautore californiano ha dato vita a una prova di straordinario equilibrio, riuscendo a far deflagrare alcuni classici del suo repertorio anche in versione strettamente acustica, una chiave che in più di un caso ha accarezzato delicatamente le corde dell’emotività. Sono da urlo ad esempio , le rese live di When you smile e di The days of wine and roses, tratte dall’omonimo album che segnò l’esordio della band nell’82.

Come era lecito aspettarsi, ai Dream Syndicate viene dedicato uno spazio importante dello spettacolo, così il pubblico avrà occasione di godere di alcune altre preziose gemme tratte dal capolavoro Medicine Show, a partire dalla acida title track, per arrivare a una commovente e indimenticabile versione di Merrittville, uno degli apici di una preziosa performance. Non sono mancati gli omaggi a Lou Reed (con una splendida Coney Island Baby) e a Robbie Robertson (The Band), evocato dalle note di Stage fright. Da Ghost stories, infine, arriva l’onirica e cupa When the curtain falls, altro momento topico di un concerto che i fan di Wynn e dei Dream Syndicate ricorderanno certamente a lungo.

 

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