Stazioni Lunari, grande successo al Carroponte

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Giù il cappello, signori. Qui, giovedì sera, s’è consumata della gran meraviglia. Il qui è il Carroponte, il cosa è Stazioni Lunari, il quanto sono due ore abbondanti di concerto, il come non è facile da descrivere, ma ci proverò, il chi sono loro, un pezzo di eccellenza della musica italiana.

IMG-20160722-WA0018Rigorosamente da sinistra verso destra, Dario Brunori, camicia azzurra, chitarra e sorriso sornione, Carmen Consoli, in rosso e bellissima, Andrea Salvatori, chitarra, Marzio del Testa, batteria, Gianni Maroccolo, basso, Massimo Zamboni, chitarra, Giorgio Canali, consueta maglietta con scritta esplicita (e chitarra), Francesco Magnelli, tastiere, Max Gazzè, eleganza casual, faccia furba e basso. Al centro del palco lei, Ginevra Di Marco di bianco vestita, una padrona di casa pressochè impeccabile, che accoglie gli ospiti con Canzone arrabbiata, un brano scritto da Nino Rota e interpretato nel 1973 da Anna Melato nel film Storia d’amore e d’anarchia di Lina Wertmüller. Ginevra canta, mostrando una potenza vocale che ha del miracoloso, poi lascia il posto a Brunori e alle sue Come stai e Guardia ’82. IMG-20160722-WA0009Tocca alla Consoli, con L’eccezione e L’abitudine di tornare, prima di duettare con Ginevra su Annarella, uno dei brani più delicati e intensi dei Cccp – Fedeli alla Linea. Il viaggio prosegue, Ginevra e Magnelli interpretano Depressione caspica e passano il testimone a Il bagliore dato a questo mare, brano di Gazzè del 1996, seguita da Vento d’estate, in cui Max e la Di Marco si alternano sulle strofe e armonizzano il ritornello.

È un concerto fatto di partecipazione discreta, attenta e rispettosa, ognuno dà il proprio contributo lasciando agli altri il giusto spazio, si ha la sensazione di assistere a qualcosa di raro, viziati come siamo dai rimandi mediatici di quello che litiga con quell’altro o di Tizio che fa causa a Sempronio perchè Caio ha parlato male di lui. Mentre formulo questi pensieri, Ginevra ammalia il pubblico con Les tziganes, e Brunori si lancia in una trascinante Io sto bene, cantata a squarciagola da tutta la platea (perchè siamo seduti, per la prima volta – almeno per me – al Carroponte, e per quanto apprezzi la comodità non si può proprio stare fermi, con un pezzo come quello). IMG-20160722-WA0023Dario attraversa il palco, si siede alle tastiere ed è il momento di una solitaria ed emozionante Arrivederci tristezza; di nuovo Carmen, con una Ultimo bacio forse più lenta del necessario e la stupenda Amandoti, che le strappa un sorriso mentre esorta il pubblico estasiato a cantarne il finale, «dal momento che la sapete tutti così bene». Poi, inaspettatamente, è Zamboni a prendere il microfono su Oh! Battagliero, aggiungendo, con ironia, che gli ci volevano proprio tutte queste persone presenti a convincerlo a cantare. Forma e sostanza arriva come un uragano, che si disperde nell’atmosfera rarefatta di Cosa sono le nuvole, brano di Domenico Modugno (e testo di Pier Paolo Pasolini) interpretato magistralmente da Gazzè, che subito dopo si lancia tra le note di Cara Valentina. Si ricomincia, nello stesso ordine, Brunori e Rosa, Consoli e Fiori d’arancio, il Consorzio e M’importa na sega, Max e sotto casa, Ginevra e l’arrabbiatissima Malarazza, sul finale della quale escono tutti, accompagnati da una vera e propria ovazione.

IMG-20160722-WA0004Una manciata sottile di minuti e a rientrare per primo è, ovviamente, Brunori, che afferra la chitarra per Pugile. Uscito Dario, l’attenzione si sposta su Ginevra e il Lamento della sposa, una canzone popolare toscana scritta da Daisy Lumini, eseguita quasi tutta a cappella, se si fa eccezione per qualche intervento qua e là delle tastiere di Magnelli. Il palco rimane vuoto per ospitare l’acustica di Carmen, che vibra di malinconia ed emozione su Blunotte, anticipando La vita com’è di Gazzè, suonata dall’intero collettivo in modalità «posteggiatore che canticchia alla fine di una giornata di lavoro». Il gran finale spetta a Fuochi nella notte di san Giovanni e al suo mantra così vanno le cose/così devono andare, che accompagna i nostri al centro del palco, per ricevere meritatissimi applausi (una standing ovation in piena regola) e tutte le dimostrazioni d’affetto di cui noi spettatori possiamo essere capaci. Sono belli, a guardarli schierati, tutti insieme, quasi ho un capogiro pensando a quanta bravura, passione e talento ci sia lì sopra.

«Io verrei anche domani», mi sussurra un’amica mentre, a concerto finito, guadagniamo l’uscita. Credo che non possa esserci restituzione nè recensione migliore di questa. Chapeau, miei cari. E grazie.

(Si ringrazia Marco Longoni per gli scatti fotografici)

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