Stasis Radio, i Green Day che fanno dischi

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Chi di voi ha mai visto My name is Earl si ricorderà sicuramente di Randy, il fratello buono, tonto e paffuto del protagonista. Se avete presente di chi sto parlando, non c’è bisogno che vi spieghi cosa intendo quando dico che i Green Day sono arrivati alla quinta birra. article-2015301-0d08388200000578-479_468x349Per chi invece non ne ha idea, arrivo subito al punto: Randy dopo quattro birre diventa un menzognero impeccabile, ma alla quinta perde il controllo e diventa pericolosissimo per se stesso e per gli altri. In maniera catastrofica alle volte.

Ecco il trio di Berkeley è arrivato alla quarta birra con American idiot, dodici anni fa. Nonostante non abbiano mai patito il calo di fama dopo Dookie, fino al 2004 il loro best seller, i successivi tre album gli hanno tranquillamente permesso di vivere dignitosamente nelle rispettive Jakuzi. Insomniac, Nimrod e Warning io li ho amati visceralmente, ma con American idiot superarono loro stessi e arrivarono anche a un pubblico che, nonostante i milioni di dischi venduti nel decennio 1994-2004, dei Green Day aveva appena sentito parlare per due o tre singoli buttati a casaccio nella programmazione coatta dell’allora TV musicale per eccellenza che mi ostino a non citare perché sempre più convinto che porti sfiga.

set2Da quel disco in poi il successo della band crebbe a dismisura, l’idea di concept album naturalmente sfuggì di mano al cantante che, arrivato furbescamente a capire che tra vendite esorbitanti, concerti in tutto il mondo per almeno quattro anni e uno musical messo in scena niente di meno che a Broadway con uno spettacolo che è in giro ancora oggi, poteva essere un buon compromesso per andare avanti musicalmente parlando.

Il primo sorso della quinta birra ha iniziato a dare i suoi dannosi frutti con 21st century breakdown del 2009. Il disco, che ebbe comunque successo, non è di per se brutto, ma pecca di ruffianaggine sfacciata a partire dalla scelta del produttore: Butch Vig (per chi non conoscesse il buon Butch, vi dico solo Nevermind, Siamese Dream e Garbage) il quale, assieme alla band, ha confezionato un altro concept che alla lunga però risultava una prolissa e pallosissima selezione di brani che facevano dell’auto-plagio e dell’omaggio non richiesto la regola. Un disco che, per carità, non è brutto, ma con una decina di pezzi in meno poteva sicuramente farti venir voglia di ascoltarlo più di una volta al mese.

Una bella sorsata dal quinto boccale quasi rimasto a secco ha avuto come risvolto tragico l’uscita del trittico ¡Uno! – ¡Dos! – ¡Trè! che, inizialmente, sarebbe dovuto uscire tra gli ultimi mesi del 2012 e i primi del 2013. Inizialmente erano previste pubblicazioni bimestrali con cadenza a settembre, novembre e gennaio, ma visto il calo di vendite riscontrato con l’uscita del secondo capitolo, il terzo uscì con un mese di anticipo nella speranza che risollevasse le vendite del prodotto, a posteriori riconosciuto come mastodontico passo falso dalla band stessa.

Il progetto voleva far si che sul piatto finissero un disco coi sentori del passato power pop del florido passato, uno al sapore garage già sperimentato col progetto parallelo Foxboro Hot Tubs e uno che tirasse le somme del passato prossimo fatto di ballatone, cavalcate epiche e pezzi rock buttati lì a fare il verso agli Who. Risultato? Band allo sfascio.

revolutionradio-640x64001. Somewhere now
02. Bang bang
03. Revolution radio
04. Say goodbye
05. Outlaws
06. Bouncing off the wall
07. Still breathing
08. Youngblood
09. Too dumb to die
10. Troubled times
11. Forever now
12. Ordinary world

La birra è bella che finita e arriviamo alla sesta un po’ ammaccati con questo Revolution radio fra le mani. Il dodicesimo disco dei Green Day aggiunge qualcosa di nuovo alla loro ormai trentennale carriera? No. Si sono per caso superati nel confezionare un disco con le proprie manine? No. È un disco di merda? Nemmeno! E allora cosa si può dire di un disco del genere che non aggiunge ne sottrae nulla alla loro formula? Niente. Hanno pubblicato un disco decisamente meno impegnativo di un concept da quasi venti tracce e una trilogia senza senso, ma al contempo hanno comunque cercato di strafare. Nonostante liriche impeccabili (una delle migliori prove di scrittura di Billie Joe), musicalmente parlando le stratificazioni, la pomposità di certi pezzi rendono dozzinale la produzione del disco e fanno filar via lisce le dodici tracce che, a ben vedere si lasciano ascoltare con piacere, ma che alla lunga non ti lasciano nulla appiccicato addosso. Ci sono pezzi che mi hanno fatto ben sperare, come il singolo Bang bang e altri che mi hanno fatto accapponare la pelle, tipo Still breathing che se lo cantava Katy Perry ero più felice di ascoltarla.

In giro ci sono un sacco di commenti di gente esperta e di altri presi – penso – dalla strada e quelli che mi hanno fatto più ridere sono quelli che nell’accozzaglia di ovvietà ci buttavano lì la parola innovazione. Io – da ascoltatore, figuriamoci se fossi un musicista che vuole campare di dischi poi – ho paura della gente che ascolta la musica con questi criteri. Chi cerca di suonare il punk rock si snatura al quarto accordo. Chi ascolta o dice di ascoltare punk rock, al quinto accordo parla di innovazione. A me fa ridere. Se i Ramones avessero suonato il quarto accordo nei loro pezzi smettevano di essere punk e mi diventavano una brutta copia di Crosby, Stills, Nash and Young? È questo che io percepisco quando mi si parla di innovazione nel punk rock. Questo è un genere che ti gasa solo e soltanto quando non tradisce aspettative che vanno di pari passo con il concetto di essere uguale a se stessi. I Clash alla prima virata hanno scritto un capolavoro, è vero, ma alla seconda hanno strafatto e hanno pubblicato uno dei dischi più brutti mai ascoltati. I Sex Pistols? Non hanno pubblicato un secondo disco e se avete mai ascoltato i Public Image Ltd. di John Lydon capireste il perché. I Ramones nel punk, come gli AC/DC nell’hard rock, hanno scritto decine di album identici uno all’altro e nessuno se ne è mai lamentato e ci hanno sempre divertiti. Perché secondo voi?

Questa band dal 2004 ad oggi ha cercato sempre di aggiungere qualcosa alla propria formula e in qualche caso ci è anche riuscita, per un po’ ha anche funzionato, però – a parer mio – hanno strafatto e ora non solo ti ritrovi per le mani un prodotto scontato e prevedibile, ma anche senza personalità. Cosa che le band sopra elencate, per un motivo o per un altro, non hanno mai perso nemmeno nel più banale dei loro prodotti discografici.

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Riconosco che il mio è un problema da eterno nostalgico e che godrei nel sentire un disco dei Green Day che suona identico a un disco dei Green Day che ho conosciuto quindici anni fa, ma è andata diversamente e questa band ai concerti evidentemente si è rotta le palle di vedere le stesse facce da vent’anni.

1 commento

9 ottobre 2016 alle 17:32

Bravo, bell’articolo. Rispecchia pienamente il mio pensiero. Mi piace Revolution radio l’ho ascoltato con piacere per 2 giorni, ma se questa è la loro maniera di rivoluzionare il punk-rock credo che siano finiti in cliché che si ripetono al limite del vomitevole per tutto il disco.

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