Samuele Bersani incanta il Parco Tittoni

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Diciamocelo, per noi nati negli anni Ottanta Samuele Bersani è un po’ uno di famiglia. Per me è anche il tipo di cui ti innamori: occhi in cui perdersi (anche se io ho una predilezione per i mori con capelli ricci – e magari anche lunghetti – e occhi scuri), aspetto vagamente trasandato, cantautore che non sbaglia un pezzo, che sa far sciogliere ma anche divertire. L’età media del pubblico che venerdì scorso ha affollato il Parco Tittoni di Desio dimostra che gli affezionati sono soprattutto quelli della mia generazione ma il nostro bel riminese conquista anche tanti altri. Come ha correttamente notato il mio compagno di concerto Ivano (con la “o”, anche se il nome di battesimo è senza, se no non lo riconoscono): «Dagli anni Novanta non si esce». In effetti il look di Samuele – gilet, maglia larga, jeans comodi e capello al vento – ricorda parecchio quell’epoca.

A dispetto dalla timidezza che sembra caratterizzarlo, Bersani è molto coinvolgente e capace di intrattenere i presenti con numerosi aneddoti divertenti, raccontati con il suo irresistibile accento. Fin da subito precisa un paio di cose: ad esempio, che sa di cantare spesso con gli occhi chiusi e dunque è bene che i fotografi colgano gli attimi in cui sono aperti («Fotografi, scattate ora!»).

Ricordando che il tour La fortuna che abbiamo in gran parte consta di date gratuite, non smette di ringraziare il pubblico – pagante – del Tittoni e, anche se sa che in questa occasione è quasi superfluo, giacché siamo tutti lì per lui, spiega il discorso dello “specchio”: dal palco l’andamento del concerto è sempre dettato da ciò che i musicisti vedono di fronte e quando capita di notare il passante col gelato che non sa chi sia “quello lì che canta” l’umore ne risente. Se invece davanti al palco c’è un bel clima è tutta un’altra cosa e quindi «Dato che le braccia le abbiamo, usiamole, allora!»: niente di più facile, il pubblico risponde con un applauso caloroso e affettuoso, che si ripeterà numerose volte durante la serata.

La scaletta è una bomba e soddisfa tutti: l’apertura è con Il mostro e poco dopo tocca a Lo scrutatore non votante, a mio avviso attualissima, soprattutto dalle nostre parti. En e Xanax e, soprattutto, Spaccacuore sono fatte apposta per farmi / farci piangere, evidentemente; la prima anche perché, essendo ispirata alla storia d’amore di “Samu”, mi ricorda che anche lui si è accasato e quindi non c’è trippa… per me.

A proposito di aneddoti divertenti, la presentazione di Cattiva è da annali: «Questa a un concerto del Primo Maggio – forse quello del 2003- l’ho dedicata a Barbara D’Urso. Di cagate ne ho fatte, eh… Anche stasera la dedico a lei, ché non è cambiato niente!». Da brividi l’esecuzione di Replay – da solo sul palco, un salto nel passato il medley Crazy boy / Che vita! / Settimo cielo, un tuffo al cuore l’omaggio a Lucio Dalla con Canzone, cantata da tutti a squarciagola come Giudizi universali.

Io e Ivano facciamo appena in tempo a domandarci se dopo l’uscita suoneranno Freak che, su un arrangiamento reggae, Samuele intona «Ciao ciao ai tuoi orecchini» e la mente va alle tante volte in cui ho pensato a chi me ne avrebbe regalati un paio con il simbolo della pace e con chi avrei mangiato ed esportato la piadina romagnola. Sono sempre stata una ragazza semplice e di poche pretese, in fondo. Coccodrilli mi ricorda, invece, che nel 1997 io credevo ancora alla leggenda metropolitana che voleva che essi uscissero dalla doccia. Sono sempre stata anche una credulona, certo. Il gran finale, inevitabilmente (se non fosse stato così io sarei salita sul palco a protestare) con Chicco e Spillo e Cosa vuoi da me?: da te, Samuele, voglio che mi sposi o, se proprio non è possibile, che torni presto in zona per un altro concerto. Ciao!

(Foto di Francesca Marelli)

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