Roger Waters: è questo l’album che vogliamo?

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Is this the life we really want?. È davvero la vita che vogliamo, questa? Se lo chiede – e ce lo chiede – Roger Waters, che torna a pubblicare inediti dopo un silenzio durato un quarto di secolo. Un silenzio rumorosissimo perché, da qualche tempo a questa parte, si continua a parlare di lui e, fatalmente, della sua ex band (dopo avere pubblicato lo smisurato box Early years 1965 – 1972, i Pink Floyd sono attualmente oggetto di una grande mostra a Londra, Their mortal remains). E non poteva essere un disco qualsiasi. Ma, evidentemente, doveva trovare una forte motivazione: Waters è un forzato del concept: il pover uomo non può permettersi di buttar giù una decina di semplici canzoni d’amore. Da The dark side of the moon in giù cerca un tema attorno al quale far ruotare tutto. Perché le parole, per lui, sono davvero importanti. E anche per noi. È inutile l’annoso il confronto con l’ex sodale David Gilmour, ma è indubbio che i dischi del chitarrista verranno sempre giudicati dal punto di vista musicale, mentre tutte le anticipazioni di questa attesissimo ritorno si sono cocentrate sui testi.

È un topical album, un disco ispirato a un periodo in cui tutti i peggiori incubi dell’artista si sono avverati, dalla persistenza della guerra – delle guerre – ai profughi senza mèta, all’elezione di Trump, un leader che Waters non nasconde di disprezzare profondamente. Musicalmente la collaborazione con Nigel Godrich ha portato a un’opera spudoratamente, deliziosamente citazionista, anzi… autocitazionista. In fondo, deve aver pensato il produttore dei Radiohead, perché questo non più giovane artista dovrebbe allontanarsi dal sentiero che ha sempre percorso? Se un disco di Roger Waters non suona come un disco dei Pink Floyd, come deve suonare allora? Il solito dramma degli artisti dalla lunga carriera: se sei coerente sei la brutta copia di te stesso, se cerchi nuove strade non sei più quello di una volta. Quindi meglio lasciar perdere e fare di testa propria.

Ecco allora un battito cardiaco e un ticchettio d’orologio in testa a When we were young (un’ouverture fatta di suoni e voci come Speak to me) e Déjà-vu è una figlioccia di Mother e Pigs on the wing. The last refugee ha una cupa rassegnazione che rimanda ai momenti più evocativi di Amused to death. Il testo di Picture that sembra costruito pensando a Lucy in the sky with diamonds dei Beatles (e probabilmente lo è) mentre la musica mescola Sheep, certi temi opprimenti di The wall e la pulsazione di One of these days. Broken bones, chitarra acustica e archi, entra nel territorio di The final cut (e si parla di guerra). Al contrario il brano del titolo echeggia l’ultimo Bowie. Meno immediata Bird in a cage, che rimanda sempre a Animals. Se The most beautiful girl rappresenta quasi una pausa distenziva, Smell the roses è tesa e torna all’epoca di Obscured by clouds.

Wait for her, consapevolmente, è una figlia legittima di Wish you were here, con una piccola coda, Oceans apart, che sfocia in Part of me died. È una mini suite non dichiarata in tre parti dove, finalmente, c’è un po’ d’amore, un po’ di speranza. Quindi l’amante dei Pink Floyd ritrovera giri armonici, suoni, intere frasi musicali familiari. È davvero il disco che vogliamo, questo? Francamente sì.

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