Reunion dei Lethe, 20 anni vissuti progressivamente

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Il rock progressivo alla fermata del tram. Sabato 2 dicembre, al Soa Irish Pub di Paderno Dugnano, in via Castelletto 45, prospiciente alla fermata “Via Castelletto – Molino” della tramvia Milano – Limbiate ) i milanesi Lethe, preceduti, alle 21, dalla band PG Rock, daranno il primo concerto dopo vent’anni, ripercorrendo una carriera che include l’album Nymphae, pubblicato per l’etichetta specializzata Mellow Records nel 1994, e il successivo megaprogetto, tutt’ora inedito su disco: una suite musicale continuativa intitolata Il cavaliere inesistente ispirata all’omonimo racconto di Italo Calvino. Il loro stile, alternando grinta quasi hard-rock a delicati momenti acustici, è ispirato dai grandi gruppi italiani dei primi anni Settanta come Premiata Forneria Marconi, Banco e Orme, senza però dimenticare la lezione dei padri putativi del genere come ovviamente i Genesis, i Camel, i King Crimson e lo stile flautistico di Ian Anderson dei Jethro Tull, con frequenti concessioni al new progressive introdotto dai Marillion negli anni Ottanta.

I Lethe con Stefano Fornaroli in un’immagine storica del 1992

Fabio Sanzo, bassista e cantante, Valerio Vado, chitarra, Lorenzo Gervasi, tastiere, Pietro Paganelli, batteria e percussioni, dal 1992 hanno onorato anche in zona comasca più di un gradito appuntamento. Nel loro primo concerto in terra lariana c’era il cantante e flautista Stefano Fornaroli, scomparso a ventotto anni per una malattia incurabile nell’autunno del ’94, fondatore e indiscusso leader morale dei Lethe, entusiasta divulgatore del neo rock romantico e del mito della Scozia di Fish dei Marillion, di Ian Anderson e di altre icone della musica celticheggiante. Dopo quella tristissima perdita i suoi amici reagirono suonando e componendo ancora come avrebbe voluto lui. I quattro reclutarono la preparata flautista Serena Bruni, alternandosi vicendevolmente al canto (un po’ come la Premiata Forneria Marconi). Dopo altri concerti comaschi, milanesi e nel resto della Lombardia, e la partecipazione a rassegne specializzate, alcune organizzate da loro stessi – una su tutte il celebre Venerdì Prog al Drugo’s di Vertemate – varie incomprensioni e soprattutto l’occasione mancata della pubblicazione del Cavaliere portarono a un incruento quanto inevitabile scioglimento.

Serena Bruni

Nymphae

In tutti questi anni i cinque amici si sono tenuti in contatto, alcuni proseguendo le attività. Valerio Vado ha maturato con buon successo su disco e in concerto il progetto Rêverie assieme alla cantante Fanny Fortunati, mentre Fabio Sanzo ha militato nella band di new progressive Dagorlad. Grazie a un rapporto umano mai esaurito, nel ricordo dell’amico Stefano, dopo due decenni passati rapidamente in cui, complice Internet, il sottobosco del rock progressivo si è espanso dai livelli di carboneria dei primi anni Novanta sin quasi alla saturazione, hanno deciso di ribadire il proprio punto di vista musicale, riproponendo perciò i pezzi che li hanno caratterizzati: dai piccoli classici da Nymphae come Caccia alle streghe, Il sentiero e La via della seta (Le Orme successivamente fecero uscire un album dal nome identico) al tour-de-force del Cavaliere – da cui son tratti i passaggi Animali cristiani, Pagani e L’elmo d’oro – che come scritto poc’anzi per una serie di disguidi non è mai stato immortalato su disco. Fino a ora, almeno.

A far da supporter a Paderno saranno i PG Rock di Max Paganelli, fratello di Pietro, il cui gruppo di quest’ultimo, ancora introduce gli show con le note registrate di The waters Of Lethe, brano solista di Tony Banks, al quale Stefano Fornaroli si ispirò per il monicker (anticipando inconsapevolmente Elio e le Storie Tese che anch’essi iniziano i concerti con un brano solista di un membro dei Genesis: in questo caso Look into the daylight di Mike Rutheford, eseguita però dalla band stessa).

Perché un evento come la reunion dei Lethe è importante? Qualche doverosa considerazione è d’uopo. A cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta, se a livello mainstream mondiale i “dinosauri” storici del rock progressivo rientravano in gioco una dopo l’altra con dischi e tournée, le cose non andavano altrettanto bene nel panorama delle band locali. Girando per le strade di Milano nei Novanta inoltrati, gli anni di Ligabue e dei Litfiba, un manipolo di sognatori sperava di sentire un vero mellotron sui palchi dei piccoli locali di musica dal vivo. L’incontro casuale tra due fan di progressivo spesso e volentieri era l’inizio di una bella amicizia. I pionieri dall’alterna fortuna che mettevan su un gruppo erano consci delle difficoltà riscontrabili nel proporre agli esercenti qualcosa che non fosse la solita cover di Vasco o degli U2, finendo spesso col suonare nelle rare rassegne specializzate che ancora oggi molti ricordano, organizzate da altri pionieri: quelli delle fanzine. Superfluo menzionare le scarse uscite discografiche, ciascuna vista come manna dal cielo, e i pochi negozi ove reperirle, con ancor meno libri sull’argomento. In “quegli” anni, i Lethe in concerto rappresentavano un evento raro e prezioso.

Pietro Paganelli

Ora abbiamo la situazione opposta. Fior di rassegne di rock progressivo e club specializzati che propongono musica più volte all’anno. Catene di vendita discografica la cui efficienza era inimmaginabile ai tempi, ma soprattutto Internet e social network. Bene, ovviamente. Era ora. Di contro, però, come in altri ambiti musicali, certi aspetti sono diventati eccessivi: una sovrapproduzione di gruppi, peraltro già riscontrabile vent’anni fa in pieno boom, etichette che nascono, muoiono e rinascono, nonché nuovi e grotteschi aspetti che ammorbano la comunità progressiva, inesistenti pochi anni fa. La rete globale – superfluo affermarlo – ha portato indubbi ed enormi vantaggi in ogni campo dello scibile, musica compresa: i refusi storici nelle enciclopedie sono stati sbugiardati, corretti e consegnati all’oblio, certa critica discografica, considerata di riferimento all’epoca, è stata giustamente ridimensionata, mentre venivano alla luce nuovi aneddoti verificati, particolari importanti e reperti audiovisivi storici del rock, ma soprattutto è diventato immediato trovare e ascoltare una canzone e le relative fonti informative su chi l’ha fatta, quando non troppi anni fa la biblioteca, le pochissime riviste decenti, il negozio di dischi sottocasa con l’amico commesso che concedeva uno scrocco d’ascolto e il classico “amico intenditore”, quando c’era, erano l’unico modo per saperne di più.

Un’altra foto storica con Stefano Fornaroli (al flauto)

Gli aspetti negativi? Se nel frattempo gli immarcescibili media musicali mondiali non perdono l’arroganza ora come allora di decretare cos’è meglio e cosa peggio da ascoltare, con il “meglio” che spesso è il fenomeno poppettaro di turno, nel contempo nei gruppi di discussione prima e nei social network poi, alcuni personaggi sono assurti a immeritata fama per sentirsi in diritto, secondo un malcostume in gran parte italiano in cui rientrano anche altre passioni considerate d’elite, di elevarsi automaticamente a dispensatori – credono loro – del Verbo al volgo. Invece di coalizzarsi in favore della memoria storica dei capolavori artistici, sempre più lontani cronologicamente, con la gioventù sempre più inconsapevole di chi siano Lennon, Gaber o Gassman, ma anche Corrado, Tom Selleck o Julio Iglesias, figuriamoci Richard Wright o Boz Burrell, si preferisce fare a gara a chi c’ha l’ego più grosso, combattendo guerre tra poveracci.

Fabio Sanzo, Lorenzo Gervasi, Serena Bruni e Valerio Vado

Stefano Fornaroli

Chi non riesce a emanciparsi dall’estremo nerdismo, chi invece è pervaso da spocchia intollerabile, creando a paradossi in cui chi parla di musica si crede più importante dell’artista stesso, disamorando i potenziali nuovi adepti. Abbiamo tribute band che “se la tirano” più degli originali, ed editori discografici e informativi al cui confrondo Ted Turner o Rupert Murdock sono campioni di umiltà. Si degenera in litigi e insulti con fazioni autoproclamatesi ciascuna depositaria del manuale Cencelli della musica tutta, entrambe puntualmente in torto. Il povero Stefano Fornaroli, da molti dimenticato troppo presto, inorridirebbe a dir poco. Compiendo di nuovo un balzo indietro di venticinque anni, liberandosi degli spasmi telematici e di tutti i contingenti “fenomeni” inesistenti prima del web, constatiamo che persone come i Lethe grazie al cielo esistono, e conservano un garbo e un’umanità privi di quella malizia comune a molti soloni, limitandosi all’unica funzione che val la pena svolgere, ovvero proporre buona musica emozionando chi ascolta e apprezza. La spocchia la si lasci ai tuttologi: «Ora con Internet è facile. Prima era tutto diverso; ci si doveva sbattere a raccogliere informazioni, a capirle ed elaborarle, senza pappa pronta», affermò qualcuno di una nota fanzine progressive milanese. Aveva ragione.

Ingresso libero, infoline 3335262302.

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