Red Hot Chili Peppers, 15 anni di By the way

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Agli albori del mio essere un accanito ascoltatore e collezionista di musica, è esistito (e purtroppo tutt’ora persiste) un fenomeno in cui la radio è diventata un mezzo col quale ascoltare le chiacchiere degli speaker e in cui la selezione musicale era talmente ridondante e monotematica da riuscire a capire che ore fossero semplicemente riconoscendo le canzoni trasmesse e non parlatemi di radio a tema rock perché “quella” è la peggiore per quanto riguarda l’annoiarsi ascoltando la radio.

C’è stato anche un momento in cui MTV era ancora una TV musicale che però iniziava ad essere sempre meno musicale e anche i video, fatta eccezione per le novità indipendenti e – userò un termine fastidiosamente antiquato – non commerciali trasmessi quasi esclusivamente nel cuore della notte, erano gli stessi per settimane.

Do però merito a radio e MTV di avermi fatto conoscere i Red Hot Chili Peppers, sfracellando le palle a me come ad altri milioni di ascoltatori con la messa in onda compulsiva e coatta di ogni, OGNI singolo estrapolato dal loro best seller Californication.

C’è stato un momento un cui se mi trovavo ad un metro da una radio o una TV in cui veniva trasmessa Scar tissue venivo preso d’assalto da convulsioni, sudore freddo e annebbiamento della vista.

Questo però non ha creato in me sufficiente repulsione da non riuscire a innamorarmi di un loro precedente lavoro, Blood sugar sex magik. Ricordo ancora oggi quando in classe si è presentato un mio compagno con il CD e affascinato dal retro copertina (sfondo argento, titoli scritti a mano e la foto del logo della band tatuato sull’avambraccio che poi scoprii essere di Anthony Kiedis) iniziai ad ascoltarlo durante l’inizio delle lezioni (sì, il mio secondo e ultimo tentativo di frequentare le superiori l’ho passato con le cuffie – «Cos’è il genio?») e arrivato all’allora per me sconosciuta Under the bridge impazzii letteralmente per la band californiana e passai tutto l’anno scolastico a racimolare i soldi che i miei credevano di darmi per mangiare i giorni in cui mi fermavo a scuola causa rientro pomeridiano per comprare poco a poco tutta la loro discografia.

Si, alla fine lontano da radio e TV, riuscii a innamorai anche di Californication e rivalutai tutti i pezzi in esso contenuti nonostante prima fossero come formiche rosse africane nelle mie orecchie.

Era il periodo in cui Lars Urlich faceva la guerra a Napster, in cui internet stava entrando di prepotenza nelle case di tutti e in cui i programmi P2P (peer-to-peer) iniziavano a divagare sempre di più e il futuro pareva essere l’mp3, che diede il colpo di grazia alla cassettina o musicassetta che dir si voglia, allora unica alternativa economica al CD che ti faceva spendere 20mila lire al posto di 40mila (10 euro al posto di 20 euro). Col P2P però potevi avere tutto subito (o quasi subito) quello che volevi ascoltare e ad un certo punto alla gente iniziava ad importare sempre meno del formato fisico della musica. Ecco, a me no.

Ovvio, anche a me è capitato e capita ancora di scaricare musica da i vari programmi, ma per semplice tutela del portafogli. Chi mi conosce sa che è più probabile che indossi lo stesso paio di scarpe per anni piuttosto che restare un mese senza comprare dischi. Una volta era così bello aspettarne il giorno dell’uscita per andare al negozio, sperare ne avessero ancora una copia per te, tornare a casa, scartarlo e passare la serata ad ascoltarlo. Con tutta la facilità nel reperire un disco appena uscito scaricandolo gratuitamente, a volte anche settimane prima dell’uscita nei negozi, era difficile riuscire a resistere e questo metteva alla prova chi al rito non voleva rinunciarci.

A un certo punto ho iniziato a rinunciarci, è successo qualcosa e ho iniziato non fidarmi più. Almeno di chi di dischi ne ha pubblicati molti negli anni. Ed ecco il link ai Red Hot Chili Peppers.

Dopo la full immersion nella loro discografia, dopo un anno in cui guardavo i miei compagni di classe mangiare nella pausa pranzo e aver speso tutti i soldi che mi passavano per le mani per comprare i loro CD, arriva il 2002. La scuola l’avevo già mollata, avevo iniziato a lavorare per uno stronzo e la sua impresa di pulizie e qualche soldino riuscivo a guadagnarlo e a metterlo da parte per comprare dischi. In quel periodo vari giornali specializzati parlavano del ritorno dei Red Hot, MTV iniziò a passare in programmazione By the way e le premesse erano ottime! Un bel pezzo tirato, funk al punto giusto, melodico, potente e un video molto divertente… chissà che disco! Ecco, no. No. Proprio no.

Se avessi potuto ascoltarlo prima di comprarlo, non avrei mai buttato via i miei soldi per quel disco allora. Lo scorso 8 Luglio sono passati esattamente quindici anni dal giorno in cui i Red Hot Chili Peppers hanno smesso di fare bei dischi. Ricordo ancora quando partì la seconda traccia del disco, quella subito dopo la titletrack. Basito. Arrivò la terza, la quarta traccia… la quinta mi fece sosprirare e ben sperare, ma dalla sesta in poi rivolevo i soldi. Non avevo la patente, perché giuro che avrei voluto riportarlo indietro. Oggi coi dischi comprati a scatola chiusa che in fin dei conti fanno schifo, lo faccio. Allora no e mi sentii truffato dalla mia band preferita del tempo.

Ai Red Hot devo il collegamento a band che poi ho amato e amo tutt’ora: il loro primo batterista suonò poi coi Pearl Jam, quindi ascoltai loro. Me ne innamorai. I Soundgarden, il Loollapalooza e i Jane’s Addiction che poi coi peperoncini hanno avuto anche un chitarrista in comune. I Fugazi, i Bad Religion, i Rage Against the Machine e un sacco di altre band che hanno spopolato negli anni Novanta, il mio decennio musicale preferito.

Devo quasi tutta la mia formazione a ciò che ho letto sui Red Hot Chili Peppers. Ma no, By the way, quell’8 Luglio di quindici anni fa non ve lo perdonerò mai.

Anche in questo momento scrivo e mi costringo ad ascoltarlo e posso dire con certezza che mi fa schifo come allora.

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