rebelHot in rock a Cantù

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Il nostro territorio ha visto e, ne sono certa, vedrà, la nascita di molte band musicali in gamba, ricche di talento e passione. Tra loro svettano i rebelHot, con il loro sound unico, un misto di rock, blues e funk d’ispirazione deliziosamente Seventy, che hanno da poco pubblicato, per l’etichetta tedesca Metalapolis Records, il primo disco omonimo, un concentrato di energia potente e sensuale, la perfetta colonna sonora di un viaggio immaginario sulla Route 66, da compiere in ottima compagnia. Quel viaggio, venerdì 14 aprile, conduce ancora una volta All’Unaetrentacinquecirca. Tutto quello che, però, si può dire su questa band nostrana e sulla loro musica ce lo racconta Fabio Carnelli, cantante e leader della formazione.

Chi sono e come sono nati i rebelHot?

Rebel Hot-4I rebelHot sono nati grazie a Ze, alias Luca Moroni, il bassista. Mi ha chiamato una sera di tre anni fa e mi ha chiesto se avevo voglia di provare con lui e Paul, al secolo Paolo Mainetti, il chitarrista. Fin dal primo momento ho capito che ero nel posto giusto e con le persone giuste, dei perfetti tamarri come me. Ho avuto la fortuna di suonare con altre formazioni, tra cui la Mark Uncle Band, ma solo qui riesco a esprimermi al meglio. Il progetto nasce dall’idea di fare musica ispirata ai Cry of Love, semisconosciuti in Italia ma famosissimi in America, una band del 1992 che faceva un rock stile anni Settanta, molto originale e vero, senza tanti effetti, dal suono nudo e crudo. Una cult band, con solo due dischi all’attivo, uno dei quali, Brothers, che consiglio a tutti,  va ascoltato, come il nostro, al doppio del volume, perché è registrato senza compressioni, come i primi dischi dei Deep Purple. A dire il vero non so quanto siamo riusciti nell’intento di fare un rock uguale a quello, perché ognuno di noi si è portato dietro le proprie influenze, dall’hard rock allo street rock anni Novanta. Abbiamo iniziato a registrare tutte le tracce del disco senza il batterista, poi, circa un anno e mezzo fa è arrivato Frank, Alessandro Goratti, che ha portato le sue belle innovazioni, e con lui è nata la formazione definitiva dei rebelHot. Abbiamo tutti dei soprannomi, io ad esempio sono Husty, diminutivo di “colui che ha stivali”, perché da sedici anni, per una questione estetica e di gusto, non indosso altro che stivali, pure in spiaggia. Il nome rebelHot invece nasce dall’idea di unire due parole che avessero a che fare con il nostro genere rock ribelle e caldo con qualcosa che suonasse dalle nostre parti come la parola dialettale rebelot, che significa casino, confusione. L’H infatti è maiuscola apposta, come se fosse muta, una sorta alieno che divide e contemporaneamente unisce le due parole.

Parliamo delle vostre canzoni. Come nascono?

IMG_8280Ho ricevuto una bozza dei primi tre pezzi , ne ho scritto la linea melodica e il testo e ho fatto la stessa cosa per tutti gli altri brani, mentre la ballad Everywhere you go è stata quasi completamente scritta da Ze e rivoluzionata da Paul, che gli ha dato la forma attuale inserendo un arpeggio e dandogli la giusta intenzione funky. Un altro brano, Love, è nato una sera in sala prove, Paul ha provato un riff di chitarra e due ore dopo il pezzo era finito. Ovviamente la strofa è stata in seguito elaborata, ma con pochi arrangiamenti, com’è nel nostro stile. Il primo brano che abbiamo scritto insieme, invece, è rebelHot, con un ritornello dalla metrica stranissima e un po’ fuori dal suonato.

RebelHot è anche il vostro primo disco. Raccontacelo.

Il nostro obiettivo in realtà non era quello di fare un disco, ma quello di avere subito i pezzi per suonare in giro, perché avevamo fame di palchi e pubblico; le cose sono state molto veloci, si sono chiamate tra di loro: trovi la gente giusta, vedi che funziona, cominci a  scrivere, nascono i brani, vuoi registrarli e vuoi suonarli. Questo album ha undici tracce, ma in realtà sono dieci più una, perché un brano è in doppia versione, elettrica e acustica. Un giorno Ze, che scrive a tutti quanti (una volta ha scritto persino al produttore degli AC/DC), ha scritto una mail ai Cry of Love descrivendo loro quello su cui stavamo lavorando, e il batterista ci ha risposto, invitandoci a mandargli qualcosa da sentire. Gli abbiamo spedito  la traccia di Pray For The Rain, gli abbiamo chiesto di ascoltarla e, magari, 13256009_1240061539344840_3707670194913312651_ndi sovraincindere un intervento di percussioni;  Jason Patterson ci ha risposto dopo pochissimo, mandandoci subito una traccia del brano registrata dall’inizio alla fine con lui alla batteria, assolo compreso. Noi siamo rimasti basiti, non sapevamo come ringraziarlo per lo splendido regalo, gli abbiamo detto però che non avevamo soldi e non sapevamo come sdebitarci. Lui ha iniziato a farci un sacco di complimenti, dicendo che era felicissimo di contribuire a questo progetto. Ha fatto tutto gratis, ed è stato per noi un onore mostruoso, non c’è cosa più bella che ispirarsi a una band e avere il batterista di quella band che ti registra una traccia intera. Ovviamente poi abbiamo riarrangiato gli strumenti sulla sua interpretazione del brano e il risultato è questa undicesima traccia acustica. Ora tutti i fan americani che abbiamo li abbiamo grazie a lui. Il disco è uscito il 27 maggio, ed è stato registrato, in puro stile anni Settanta, nello studio del nostro chitarrista, con più take di ogni strumento, ogni traccia dall’inizio alla fine senza stacchi, dalle quali abbiamo scelto le parti migliori. Gli strumenti sono registrati in maniera molto spartana ma studiata, ispirata al set up dell’epoca. L’idea era di fare una cosa che fosse molto simile ai nostri live, una cosa molto vera, non overdubbing o con l’inserimento di altri strumenti. È un disco molto sincero. Anche le grafiche del cd sono in stile anni Settanta, e per le foto dobbiamo ringraziare Stefano Pedroni.
L’auto in copertina è un’americana dei primi anni Ottanta, intercettata a un concerto della Mama Bluegrass Band: a un certo punto è arrivato un gruppo di persone in abiti rockabilly, e tra loro c’era Il Monta (tuttora ne ignoriamo il vero nome), proprietario della macchina, che ce l’ha prestata per le foto, scattate nei pressi di un distributore che esiste veramente in Italia, credo l’ultimo in stile seventies. Abbiamo avuto anche numerose richieste per il vinile, e ci stiamo attrezzando anche su questo fronte. Ma noi non ci fermiamo mai, infatti stiamo già scrivendo il prossimo disco.

Il disco è uscito quasi in contemporanea con il bellissimo video di Shake it

rebelHotIl video è stata una grande avventura. L’ideatore sono io, ne ho costruito lo storyboard a fumetti, immaginandone tutte le inquadrature; Ze e Paul erano intenzionati a fare qualcosa di più hard, per un pubblico prevalentemente maschile e che fosse più in linea con il testo, io volevo invece fare una cosa meno limitante e che potesse piacere a tutti. La scelta del brano è stata all’unanimità, è il brano più diretto che abbiamo, il singolone, se vogliamo definirlo così. Il video è stato registrato all’Arci Tambourine di Seregno, scelto appositamente perché il fondale ha luci simili a quelle presenti nel video di Bad thing dei Cry of Love. Il plot della storia è ispirato al testo di Shake it, nel quale si traccia la caricatura di un personaggio inventato, un cacciatore che va per locali alla ricerca di ingenue prede. Qui però lui diventa la vittima, lo sfigato che non porta a casa niente, mentre nella canzone questo epilogo non c’è. L’idea era di unire nel video più elementi, una storia, il nostro live e una coreografia di pole dance della bravissima Chiara Longoni, una delle migliori atlete della scuola di Stefania Cremaschi, campionessa italiana di questa disciplina, difficilissima e faticosa. Possiamo dire di aver vinto una scommessa sul filo di lana, perché fino all’ultimo temevamo di non trovare comparse, dal momento che nessunorebelHot1 ci conosceva, e in questo caso trovare 50/80 persone è molto difficile. È stata un’impresa mostruosa, molto più che registrare il disco. Fortunatamente abbiamo trovato persone stupende, come Elisa Cochi e Marco Russo, due professionisti che hanno montato il video e lavorato per noi gratis, dedicandoci tempo e passione. Il video è uscito pochi giorni prima del disco, ma è stato registrato a dicembre dell’anno scorso, poichè la fase di postproduzione è stata molto lunga.
Abbiamo intenzione di girare un altro video su Everywhere you go, e se ne occuperà Ze, quindi ci sarà sicuramente qualcosa di più spinto, conoscendolo. Io invece sto cercando di fare una versione qualitativamente più alta dello storyboard in stile cartone animato per Holy is my beer, che è un brano che abbiamo scritto quasi interamente io e Paul. Ci eravamo trovati per registrare un’altra cosa, poi lui mi ha fatto sentire un riff di chitarra e da lì è nato il pezzo, che per intenzioni doveva essere una roba ispirata al folk celtico, stile che a casa ascolto spesso, grazie a Pauline. Una sera stavo scrivendo questa canzone e nello stesso momento lei stava studiando Come, let us drink un brano per arpa celtica di sir Henry Purcell, compositore e maestro di coro del Seicento, e mi è capitato l’occhio su una frase (Come, Let us drink, tis in vain to think, è inutile pensare, beviamo), che metricamente ci stava, e alla quale ho dovuto aggiungere solo un “yeah”.

 «Noi facciamo della musica libera, dura, che picchia forte sull’anima in modo da aprirla» ha scritto Jimi Hendrix, e i rebelHot sono indubbiamente sulla buona strada. Credetemi.

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