Post pop depression: il testamento dell’Iguana del rock?

post-pop-depression-il-testamento-delliguana-del-rock
0 753

Uno dei fulmini a ciel sereno in questo 2016 è la diciassettesima fatica solista nella carriera cinquantennale di Iggy Pop: Post pop depression. A quattro anni di distanza da Après, quel che sta dietro la lavorazione di questo LP è per lo più un’operazione nostalgia. Il disco, a quanto pare, nasce dalla volontà dell’iguana più famosa del rock di ripescare vecchi appunti, bozze e racconti del periodo berlinese trascorso assieme David Bowie e di musicarli assieme a Joshua Homme.

Quest’ultimo, chiamato per l’occasione, non pensandoci su due volte ha accettato e, portando come sua abitudine idee e intenzioni in mezzo al deserto della California, ha aiutato a creare e registrare l’amalgama delle tracce che avrebbero poi composto quello che probabilmente, a detta del diretto interessato, sarà un vero e proprio testamento musicale.

post-pop-depression-il-testamento-delliguana-del-rock1. Break into your heart
2. Gardenia
3. American Valhalla
4. In the lobby
5. Sunday
6. Vulture
7. German Days
8. Chocolate drops
9. Paraguay

post-pop-depression-il-testamento-delliguana-del-rockNeanche troppo tra le righe, quel che il musicista ha vissuto nel suo periodo d’oro, le sue relazioni, le sue avventure sessuali, gli ostelli, i minimarket, la vodka da due soldi e tutto ciò che era motivo di ispirazione per lui e il Duca bianco nella stesura e l’incisione dei due capolavori berlinesi (The idiot e il più fortunato Lust for life, entrambi pubblicati nel 1977), sono tutti raccolti e raccontati in queste nove tracce. Ed è proprio nel ’77 che pare di essere stati fiondati durante l’ascolto. Era da tempo, per quanto mi riguarda, che non sentivo un suo disco così ispirato e capace di essere bello dall’inizio alla fine. La sua voce, accostata alla chitarra e ai cori di Josh Homme (Kyuss, Queens of the Stone Age, Eagles of Death Metal, Them Crooked Vultures) e alla sezione ritmica di Dean Fertita (Queens of the Stone Age, The Raconteurs, The Dead Weather, Eagles of Death Metal) al basso e Matt Helders (Arctic Monkeys) alla batteria, regala quarantadue minuti di puro godimento.
Un disco meraviglioso pubblicato, neanche a farlo apposta, in un momento in cui Blackstar era ancora nelle orecchiedi tutti noi che stavamo digerendo a fatica la notizia della dipartita di Bowie, ma che nonostante il dolore che lo ha disgraziatamente anticipato, riesce a regalare ancora qualcosa di bello, come il ricordo di quell’avventura che ha fatto di due musicisti di fama, due colonne portanti della musica mondiale.
post-pop-depression-il-testamento-delliguana-del-rock
Che i due amici fossero d’accordo?

Lascia un commento