PJ Harvey, una rock queen in concerto all’Alcatraz di Milano

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pj1In una puntata della mia serie televisiva preferita, il bello, ricco e arrogante di turno cerca di conquistare lei, che non se lo fila neanche di striscio (perchè fidanzata col commesso squattrinato alto, figo e sensibile), sventolandole sotto il naso due biglietti in prima fila per un concerto di PJ Harvey a New York. Davanti al suo gentile rifiuto, il genio le intima di accettare, perchè «Ho speso un occhio della testa per questo qua, che manco so chi è, ma mi hanno detto che ti piace». Ora, capirete bene che con tali premesse non si va da nessuna parte, tanto meno ad un concerto (e ancora meno con uno che si chiama Tristin, per dire), ma a voler essere furbo, lo sciagurato avrebbe pure potuto segnarsi un paio di cose fondamentali, giusto per non fare la figura dell’imbecille e giocarsi meglio le sue carte (che poi, se rinfacci il denaro speso sei proprio uno senza speranza, ma questa è un’altra questione).

Avrebbe potuto dire, per esempio, che Polly Jean Harvey, indiscutibilmente donna (e che donna, aggiungerei), nata nel 1969 nel Dorset, una contea nel sudovest dell’Inghilerra, ha studiato il sassofono per otto anni, ha pubblicato Dry, il suo primo disco (in trio con Rob Ellis alla batteria e Steve Vaughan al basso), a 23 anni, diventando, per la rivista Rolling Stone, miglior autrice e miglior cantante donna del 1992. pj2Oppure, che l’album To bring you my love del 1995 ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, che di dischi ne ha registrati ben undici, che ha collezionato innumerevoli premi e riconoscimenti, che è passata dallo stile acqua e poco sapone (e zero spazzole per capelli) a quello sofisticato e artefatto da sei chili di make up e ciglia finte (tipo che Cher le spicciava casa, senza dubbio). O ancora, che era bellissima e supersexy (e quanto l’ho invidiata, santocielo!) nel video di Henry Lee, brano di Nick Cave and The Bad Seeds contenuto nell’album Murder Ballads, che con Björk ha eseguito dal vivo (I Can’t Get No) Satisfaction dei Rolling Stones durante la cerimonia di consegna dei Brit Awards nel 1994, che ha collaborato, tra gli altri, con Thom Yorke dei Radiohead e con Mark Lanegan.

Polly, stupenda come solo lei può essere, arriva domenica 23 ottobre, per la prima delle due date italiane, all’Alcatraz di Milano, con il suo nuovo disco, The hope six demolition project, pubblicato nell’aprile di quest’anno e composto durante una serie di viaggi tra Kosovo, Afghanistan e Stati Uniti. Una PJ sobria, elegante, combattiva e impegnata nella sua personale crociata antigovernativa, che ha abbandonato l’analisi dei mondi interiori femminili per dedicarsi alla critica socio-politica attraverso brani che sono il naturale e secondo atto di un’opera iniziata nel precedente album, Let England shake del 2011. The Wheel, primo singolo estratto dal suo ultimo lavoro, racconta la storia di migliaia di bambini scomparsi in tutto il mondo, vittime della fame, della povertà e della guerra.

Certo, i nostalgici (e anch’io un po’ lo sono) la vorrebbero più comunicativa, più sporca a livello sonoro e più sanguigna, vorrebbero vederla di nuovo alle prese con brani come Meet ze monsta o This is Love, ma questo è il suo nuovo corso, e a noi non resta che prenderla così com’è, perchè la nuova PJ è figlia diretta di quella PJ di cui ci siamo innamorati ormai più di vent’anni fa, e se ami la madre, non puoi fare a meno di simpatizzare pure per la sua prole.

Quindi, cara Polly, a prescindere da tutto, stasera sarò lì, in mezzo alla folla, ad ascoltarti, adorarti e ad applaudirti come la più rincitrullita delle fan, che tu te lo meriti proprio, pure se mi canti e mi suoni l’elenco telefonico. Sia chiaro, però, questo non è un suggerimento. Non ci provare.

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