Piazza San Giovanni in Laterano, Roma. Primo maggio, su coraggio (e ce ne vuole)

piazza-san-giovanni-in-laterano-roma-primo-maggio-su-coraggio-e-ce-ne-vuole
0 740

Primo maggio, interno giorno. Distrutta da una notte insonne, trascorsa tra febbre e nausea, annientata da una giornata che il due novembre pare carnevale, a metà pomeriggio mi ricordo che, nonostante tutto, oggi è il Primo maggio e in tv trasmettono il concertone di Roma, quindi, per tentare di distrarmi, decido di sintonizzarmi su Rai 3, perchè sulla carta la cosa promette bene.

Camila Raznovich e Clementino

Ci metto un attimo a capire chi presenta quest’anno, perchè lei la riconosco, ma lui mica tanto. Lei è l’afonissima Camila Raznovich, figlia di quella MTV che ai tempi mi piaceva così tanto, mentre lui (e lo scopro solo quando lo chiamano) è Clementino, ennesimo rapper campano in giro da un po’, ma a morire che me ne ricordi la faccia (e la produzione musicale, il che non è necessariamente un male). La prima che mi si palesa davanti, accompagnata da una band che tutto sommato fa quel che deve, è Teresa De Sio, che racconta (perchè cantare è un’altra cosa) ‘O scarrafone e Io so’ pazzo di Pino Daniele, regalandomi la stessa gioia di una carota scondita durante il cenone di Natale. Il mio istinto di sopravvivenza mi impone di cambiare canale, tornando sulla Rai per la performance di Marina Rei, orfana di Paolo Benvegnù, colto da un leggero malore nei giorni scorsi (notizia che mi ha gettato nella più cupa disperazione), apprezzando discretamente la sua versione de Il mare verticale, anche se lontana dalla pelle d’oca che solitamente mi procura Paolo.

Francesco Motta

Nella rapida successione tra Ex-Otago, Motta e Le Luci della Centrale Elettrica, a salvarsi è solo il buon Francesco, l’unico in grado di tenere una nota senza fare (troppo!) la figura del peracottaro. Sarà una questione di suoni o volumi, sarà che il lavoro del fonico è duro e irto di pericoli, sarà che sul palco magari non si sente un accidente, ma Vasco Brondi mi sembra un concorrente della Corrida di Corrado, uno di quelli che, dopo essersi esibiti, venivano accolti dal pubblico con campanacci, trombette e ululati. Mentre la tristezza e lo sconforto si fanno largo in me come il mal di testa e i brividi, arriva Bombino a dimostrare che sì, magari i problemi tecnici ci sono e sono evidenti, ma se sei bravo (e lui lo è, parecchio) te ne freghi e vai avanti comunque, e pure egregiamente. Al termine, Clemens sceglie di smettere i panni del conducente (conduttore non ce la faccio, scusate) per proporci ‘O Vient, a prova del fatto che, se proprio hai deciso di suicidarti, tanto vale farlo per bene.

Levante

Dopo la pausa da TG, si ricomincia con La Rua, che non conosco e non me ne pento, seguiti da Levante, caruccia e bravina come al solito, dagli Editors, di cui apprezzo la presenza ma ne ignoro il motivo e da quelle facce da schiaffi dello Stato Sociale, che si presentano sul palco con gli abiti strappati a metà (senza una manica e la rispettiva gamba dei pantaloni), una rete piena di palloni da calcio per ironizzare sulle parole del ministro Poletti e la consueta, caratteristica incapacità di suonare e cantare bene, che però, diciamoci la verità, li rende unici e irresistibili, grazie ai loro testi pieni di frasi ad effetto, quelle che ti giochi sui social per fare colpo sulla tipella di turno.

Lo Stato Sociale

Francesco Gabbani (al secolo Marco Columbro) e la sua maglia con le mongolfiere (ma perchè?) risollevano un pochino le sorti canore della manifestazione, perché a livello di intonazione ci siamo, almeno qui, e meno male.

Francesco Gabbani

L’arrivo di Brunori Sas mi restituisce il sorriso, e non solo perchè lui e la sua band suonano a mestiere, ma perchè, alla sua solita maniera cialtrona, svela la retorica che sta dietro a tutta questa pletora di operai, giornalisti, gente impegnata che sfila da ore su quel palco, indignandosi, testimoniando e parlando, sostanzialmente, del nulla, e prende questo per quello che effettivamente è, un concerto che fa curriculum e permette l’aggiornamento della propria bio su Wikipedia.

Brunori Sas

Ermal Meta, con quell’allegria contagiosa che da sempre lo contraddistingue, è pieno di collane che pare la Madonna di Pozzuoli, ma perlomeno lui la voce ce l’ha e si sente, oltre a godere di un sassofonista davvero in gamba. Mentre si fa largo in me la certezza che non arriverò integra alla conclusione, perché troppe emozioni debilitano e io già sto con un piede di qua ed uno di là, torna il piccolo Clemente a fare reppa, incitando un pubblico ormai esausto e privo di qualunque volontà propria a saltare a tempo, per «far entrare nella storia questa edizione del Primo Maggio», con la sua personale versione (già sentita a Sanremo) di Don Raffaè di De Andrè, sulla quale non spenderò parole per non accanirmi ulteriormente sull’anima innocente e martoriata di Fabrizio.

Edoardo Bennato

L’unico rockettaro che si rispetti, Edoardo Bennato nostro, che pare non invecchiare mai, racconta della sua Bagnoli e dei guai dell’Italsider, dopo di lui Maldestro e Fabrizio Moro passano, senza infamia e senza lode, nonostante il romano gridi «la libertà è sacra sacra sacra come il pane» ad una folla provata da ore di pioggia, cambi palco e cali di pressione, ottenendo comunque una risposta piuttosto entusiasta, che francamente le invidio. Per motivarmi, mi dico che tra poco toccherà a Samuel, quindi devo resistere almeno fino alla sua comparsa, che lui probabilmente farà quello che fa sempre, e lo farà al meglio delle sue possibilità, un po’ come ascoltarlo su disco (insomma, oddio, più o meno), eccezione fatta per quelle notine che svirgolettano via sul finale, ma pazienza.

Samuel

Non vedo la luce in fondo al tunnel, amici miei, mentre guadagno pigiama e cuscini e punto la sveglia all’alba, perchè domani, che mi piaccia o no, il lavoro attende, inevitabilmente. Oh my darling, Clementine dice a tutti che sono bbelli e bbuoni, complimentandosi con le tonsille ormai perdute di Camilla e presentando, finalmente, i Planet Funk, gli unici per i quali, a non aver la salute della piccola fiammiferaia, mi sarei spinta volentieri a Roma. Dopo i saluti finali, c’è ancora spazio per i Public Service Broadcasting, che inizialmente esitano, un po’ per lasciare al pubblico il tempo di finire il coro spontaneo di Bella ciao e un po’ per accordare gli strumenti, e poi suonano un pezzo, lasciando a me il solito, infinito interrogativo «ma che c’azzeccano questi col Primo maggio?» e alla Rai lo spazio di mandare i titoli di coda e sfumare la diretta su una piazza che si svuota a una velocità impressionante.

Piazza San Giovanni in Laterano

Finisce così questa edizione, sulla quale ognuno tirerà, se avrà voglia di farlo, le proprie conclusioni. Per quanto riguarda me, ho solo una frase in mente. «Primo maggio / su coraggio», cantava Umberto Tozzi. Aveva ragione da vendere.

Lascia un commento