Neil Young a Milano con Lukas, Micah e… Willie Nelson

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Chi ama Neil Young sa di dover affrontare dei momenti difficili per assecondare un talento esigente. Sa che il canadese potrebbe decidere, in qualsiasi momento, di tormentare le orecchie dei suoi fan con un pastrocchio cibernetico come Trans, oppure con una manciata di canzonacce svogliate come in Landing on water. Può scappargli un album di country melenso come Old ways o un imbarazzante tuffo negli anni Cinquanta, con la brillantina e il lamé, come in Everybody’s rocking. Ma quelli erano gli anni Ottanta, duri per tanti artisti nati nel ventennio precedente, durissimi per gli younghiani. Poi si è dedicato alla frustrazione dei collezionisti compilando archivi costosi e mai pienamente soddisfacenti, ma ha anche estratto dai suoi capienti magazzini registrazioni dal vivo sublimi. Ha detto addio alla moglie Pegi e a Crosby, Stills & Nash, soprattutto a Crosby, a quanto pare per sempre, si è dedicato a far guerra all’iPod con Pono, un sistema così sofisticato che quando lo ha lanciato sul mercato il rivale era già uscito di produzione. Sono leggenda i suoi esperimenti con le automobili non inquinanti (non che non le abbiano già inventate altri, ma lui vuole un macchinone d’epoca con motore verde).

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Insomma, a 70 anni l’omone dell’Ontario sembra quasi uno scienziato pazzo da film di serie B, che se ne sta rinchiuso nel fienile tramando chissà quale ennesima diavoleria. E suonando. Talvolta con i Crazy Horse, spesso con amici, o anche in perfetta solitudine, elettrico come in Le noise o acustico come in A letter home, registrato con un sistema così vecchio da risultare fastidiosamente rovinato anche in digitale. Di Storytone, opera immediatamente successiva con orchestra, ci siamo già dimenticati. Più recente The Monsanto years, che appartiene allo stesso filone di Living with war: il vecchio Neil si è svegliato storto e voglioso di brontolare senza mandarle a dire. Là se la prendeva con il governo statunitense tutto e con l’allora presidente Bush in particolare. Stavolta ce l’ha con la Monsanto, colosso delle coltivazioni geneticamente modificate identificato dall’artista – che non è il solo – come “il male” fattosi azienda. Per registrare queste nuove nove canzoni ha chiamato Lukas e Micah Nelson, i figli di Willie, e la band Promise of the Real.

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E ci ha preso gusto, tanto da partire in tour con questa formazione che toccherà anche il Market Sound di Milano lunedì 18 luglio dopo avere incantato Roma e Lucca (biglietti da 92 a 59,80 euro). Sì, incantato, perché se in sala di registrazione il canadese è imprevedibile, sul palco è ancora incontenibile e se Earth, il doppio live che accompagna questa nuova calata sulla Penisola, ha stupito per la scelta di impreziosire (o sporcare: a voi l’ardua sentenza) i brani con rumori della natura e versi di animali (quante bestie ha lo zio Neil?) ha incontrato giudizi positivi, quelli sulle performance sono addirittura stellari. E – chi se lo aspettava? – sul palco è salito pure Willie Nelson in carne e ossa e non è certo una cosa da poco: l’outlaw per eccellenza del country ha 83 anni e non era poi così scontato che per amore paterno e per amicizia con Young affrontasse una trasvolata oceanica solo per rispondere affermativamente alla domanda Are there anymore cowboys? L’aspettativa per il concerto milanese è altissima e basta ascoltare questa torrenziale Love and only love all’ultimo Farm Aid per capire perché.

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