Musica d’autore, il gradito ritorno di Stefano Barotti a Cantù

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Il poeta Mario Luzi ha scritto: «Il cantautore è una figura ibrida e complessa, perchè in esso c’è qualcosa del compositore, del letterato e del pensatore; il suo è un mestiere, nel senso etimologico del termine, un mestiere che attinge sapienza da un’eredità storica di grande tradizione.» Queste parole ben si adattano all’arte e al talento di Stefano Barotti, classe 1972, che con Mario condivide i natali toscani, l’accento e l’attitudine poetica e che sarà in concerto con la sua band al completo giovedì 27 aprile All’UnaeTrentacinqueCirca di Cantù. Un gradito ritorno, da celebrare con un live imperdibile, atteso da molti fan.

«L’ultima volta che ho suonato in questo locale è stato diverso tempo fa, nella vecchia sede, – mi racconta – ed è sempre un piacere ritrovare un po’ di amici, tra cui Carlo Prandini, vero e proprio guru di uno dei migliori live club italiani, uno dei pochi che ancora fortunatamente resistono. Per l’occasione sarò affiancato da tre musicisti davvero in gamba, Vladimiro Carboni alla batteria, Luca Silvestri al basso e ukulele basso, che hanno partecipato al mio ultimo disco e con i quali sono in giro da diverso tempo e il pistoiese Alessandro Gonfiantini alle chitarre e ukulele, che da cinque /sei mesi si è aggiunto al trio per dare colori, sonorità diverse e un’intenzione più folk rock, sempre attraverso strumenti essenzialmente acustici, perché la tipologia dei musicisti tende a quello. Vladimiro, infatti, è un batterista jazz, quindi con un’impostazione soft, ma in scaletta ci saranno anche pezzi con un’impronta più tosta. Suoneremo i brani del mio ultimo disco Pensieri verticali e alcuni tratti dai miei album precedenti, Uomini in costruzione del 2003 e Gli ospiti del 2007, entrambi registrati negli Stati Uniti, sostanzialmente tutto il lavoro compositivo dei miei ultimi dieci anni rivisitato con questa nuova formazione, ma lasceremo lo spazio per qualche inedito. Siccome Cantù è un posto dove ho suonato spesso e ci saranno un sacco di amici, ho in serbo alcune sorprese che non posso svelare».

Una grande capacità di scrittura, quella di Barotti, figlia di un cantautorato elegante, ricco di stile e significati, che si rifà ad esempi e maestri di grande spessore, con una vena di originalità urgente e necessaria che arriva dritta al cuore.

«Sui miei testi è sempre un lavoro di grande cesello – continua – con gli anni viene sicuramente più facile, ma bisogna stare attenti al messaggio che si vuol dare e alla parte istintiva, che tende a prendere il sopravvento. Si deve sempre tenere il filo teso in chi ascolta, far arrivare al pubblico immagini e metafore, lasciando il piacere della scoperta e l’esercizio dell’immaginazione non solo con le parole, ma anche con l’interpretazione vocale, le dinamiche e la modulazione di suoni e volumi. Il mio padre musicale è Bob Marley, seguito a ruota da Neil Young, Bob Dylan e da tutta la vecchia guardia americana. Poi ci sono i cantautori italiani, De Gregori, Fossati e Conte, che ho approfondito nel corso degli anni, Nick Drake e Damien Rice, che mi hanno influenzato tantissimo, Joe Pisapia, mia grande fonte d’ispirazione e tutti i musicisti con i quali ho avuto la fortuna di lavorare, come Jono Manson e Jaime Michaels».

Un artista genuino, carismatico e dalla natura gentile, una figura quasi a rischio di estinzione nel panorama musicale italiano odierno.

«Essere un cantautore nel 2017 in Italia è complicatissimo – conclude – ho cavalcato gli ultimi anni in cui c’erano direttori artistici e case discografiche che lavoravano in una certa direzione e ho potuto notare cambiamenti e differenze rispetto a ora, soprattutto per quanto riguarda il mercato musicale, e dico sempre che i negozi di Hello Kitty hanno soppiantato i negozi di dischi. Ci resta la musica dal vivo, i capitani coraggiosi come Carlo che la portano avanti e continuano a proporre una buona programmazione di artisti italiani e stranieri e gli ascoltatori che ci seguono. Noi che scriviamo e suoniamo navighiamo a vista, è complicatissimo fare il passo di qualità, sembra che stia andando tutto in un’unica direzione, quella dei talent e della programmazione televisiva. Rimanere un po’ di nicchia, continuare a suonare, avere un progetto, un pubblico e dei musicisti fedeli a cui piace quello che fai è una gran fortuna. Ci vuole coraggio e pelo sullo stomaco in entrambe le direzioni, sia nello scendere a compromessi sia nel fare decine di chilometri per andare a suonare nei club e vedere il proprio nome nelle locandine attaccate sulla porta, io non sparo addosso a chi passa attraverso la finestra del plasma, perchè è una cosa che non si sceglie. È un po’ come innamorarsi, non puoi decidere di chi e quando. Come diceva De Andrè, la musica è una vecchia fidanzata, con la quale si hanno alti e bassi, litigi e riappacificazioni, ma è sempre bello quando arrivano canzoni nuove, l’emozione del palco, musicisti nuovi con cui condividerlo e portare avanti collaborazioni, progetti e opportunità».

Ingresso 15 euro (con cena) / 10 euro (senza cena con consumazione)

 

 

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