Macy Gray, la divina del soul travolge l’Alcatraz di Milano

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«Che freddo, eh?»

«Cosa ti offro? Tè caldo, caffè?…»

«Lucidalabbra!»

«Alla vaniglia, al cioccolato, alla fragola, ai marshmallow?… »

«Non ce l’hai alla colazione a base di cereali?»

«Certo… non è profumato, ma cambia colore in base all’umore.»

«Dio, nemmeno Boy George si mette tanta roba!»

«Lo vuoi o no?»

«Ah, scusami… ho perso il cd di Macy Gray e sono nervosa…»

«Ce l’ho io, il tuo cd….»

«Che ladra!»

«L’ho solo preso in prestito… lo vuoi un caffè?»

Erano i primi anni del nuovo millennio, e nella prima puntata della serie tv per la quale avrei (ed ho tuttora) sviluppato una sorta di insana dipendenza, le due protagoniste, madre e figlia, intrattenevano questo dialogo sedute al tavolo del loro locale preferito. Il cd in questione, On how life is, disco d’esordio della cantante statunitense, era anche uno dei miei preferiti, quasi consumato dai troppi ascolti.

Diversi anni dopo (e non dirò quanti, perchè a contarli non mi basterebbero le dita di entrambe le mani) nel mio rituale e dispendioso giro settimanale su TicketOne, mi imbatto nel 29 marzo, data milanese del tour di Stripped, il nuovo album di Macy Gray, e non posso fare a meno di presentarmi, bigliettomunita ed emozionata, all’appuntamento con una delle voci che hanno definito il soul mondiale, come ha sottolineato la Bbc in più di un’occasione.

Una diva vera, Macy, che si presenta sul palco dell’Alcatraz, con una chioma riccissima e ribelle, abito vintage grigio perla (il primo di tre, che con il look non si scherza mica) su sottogonna in crinolina, decolleté bianche a pois neri e guanti in pelle senza dita (un irrinunciabile tocco tamarro), accompagnata da una band che fa davvero paura: le tastiere di Billy Wes sono un tappeto sonoro su cui scivola l’incredibile basso di Caleb SpeirTamir Barzilay fa qualunque cosa si possa fare con due bacchette e una batteria e Jon Jackson colora il tutto con le note del synth e del sax. Natalie (vero nome della Gray) inizia quasi sussurrando, intonando Relating to a psychopath, seguita da Why didn’t you call me, Do something e Caligula, e la sua voce ha una frequenza talmente sensuale e profonda che la pelle d’oca arriva quasi di default, come se non ci si aspettasse altro. L’invito per il pubblico è quello di gridare forte, ballare, cantare, sentirsi liberi e fare ciò che si vuole, «perchè abbiamo percorso una lunga strada per venire fino qui, e l’abbiamo fatto solo per questo». Cinquant’anni e non sentirli, Macy, mentre gioca con la gonna su una bella versione di Creep dei Radiohead, la prima delle cover in scaletta, che procura a tutti non pochi brividi.

Me with you e il blues ammiccante di Annabelle, sulla quale la divina dirige con ironia il coro degli spettatori adoranti, chiudono la prima parte del live, che si riapre, dopo una parentesi suggestiva di Wes, con il secondo abito della serata e She ain’t right for you, un’intensa Sweet baby carica di groove e la potente Sexual Revolution, in un medley azzeccatissimo con Da ya think I’m sexy di Rod Stewart.

Qui, a conclusione del primo bis, giunge, attesa e invocata, quella Try che ha consacrato Macy Gray a livello mondiale, all’interno della quale l’artista accenna Everything’s gonna be alright in omaggio a Bob Marley, alzando il microfono verso il cielo e poi in direzione del pubblico, invitandolo a cantare.

Escono tutti, tranne Barzilay, che si diletta in quasi dieci minuti di solitario e spettacolare muro ritmico, fino al rientro di Macy, fasciata in un vestito a sirena giallo oro, che si esibisce nella delicata The Heart, trascinando tutti verso il gran finale, la My way che rese celebre Frank Sinatra, resa come un inno alla libertà e alla gioia di vivere.

Un concentrato di energia sexy, una voce che tutto può, una band straordinaria e una scaletta serratissima fanno di questa ultima data italiana una perla unica e preziosa, che resterà nella memoria di chi ha avuto la fortuna di esserci. Quindi torna presto, Macy, fosse anche solo per un caffè. Qui ti si aspetta a braccia aperte. Sempre.

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