Lugano, il Circo Zen e la guerra della buona musica

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Spesso nello scrivere ci si imbatte nell’ostacolo della ripetizione. È così che, per aggirarlo, un libro, un film o un album diventano un’opera, un lavoro, una fatica. La terza guerra mondiale (2016) degli Zen Circus riesce a essere esattamente tutto questo, senza ridursi tuttavia a una manciata di sinonimi. Appino, Ufo e Karim con Francesco Pellegrini ce ne hanno dato prova, oltre che su CD, anche ieri sera sul palco dello Studio Foce di Lugano.
Il Circo Zen sgancia la sua prima bomba alle 22: è proprio la title track del nuovo album ad aprire lo spettacolo. Il pubblico elvetico (e non) si mostra ancora un po’ rigido, ma grazie alla tripletta Gente di merda, Vent’anni e Non voglio ballare gli animi si accendono e cresce il fermento nelle prime file. Al grido di Andate tutti affanculo i timidi spintoni dell’overture si trasformano in pogo e al Foce esplode definitivamente la festa.

Massimiliano Ufo Schiavelli

Un rapido «Tutt’apposto?» per sondare il mood in sala e a suon di Ileni-Ilenia fa capolino una delle protagoniste femminili dell’ultimo album. La folla balla, la folla canta, ma Ufo conclude che «Questa era troppo facile!» e subito la band riparte alla carica con L’amorale e Pisa merda, per l’occasione riadattata con Bellinzona, Losanna e Lugano.
L’arpeggio iniziale de L’anima non conta riempie l’aria e regala qualche minuto più disteso al pubblico. In prima fila brilla solitaria la fiamma di un accendino. La ballata volge al termine e Appino, sportosi sulla transenna, lascia chiudere il brano a un ragazzo del pubblico, che solletica l’ultimo accordo sulla sua chitarra.

Andrea Appino

Siccome è giovedì e «giovedì è ancora presto per fare casino», gli Zen procedono con una “tranquilla” cover dei Nirvana, Molly’s lips. Dopo questa parentesi cult, Karim abbandona momentaneamente la batteria e, imbracciata la sua washboard, avanza verso il pubblico e reiventa assieme ai compagni un paio di loro pezzi in chiave busking.

Karim Qqru

A questo punto, gli Zen accontentano finalmente le richieste del pubblico e, anche se fuori stagione, ci regalano Canzone di Natale, preceduta da un breve sermone di (padre?) Karim. Anche stavolta, però, non si è riuscito a concludere nessun affare col «boss del Natale S.P.A» Abdul. Peccato.

Nessuna tappa in camerino prima dell’encore – Zen e pubblico vanno fino in fondo tutto d’un fiato. L’egoista, Nati per subire, Viva e si fa quasi mezzanotte: il concerto finisce e, inaspettatamente, ci ritroviamo ad aver scoperto che la buona musica, come quella degli Zen, non è propriamente “buona”. La buona musica non è gentile, non addolcisce la vita. Non proclama che «andrà tutto bene». La buona musica è piuttosto parole e suoni vissuti – prima ancora che scritti o suonati – dal sapore amaro, dall’odore pungente. Capovolge le speranze col suo realismo, senza tuttavia mancare di divertire. Magari non ci si potrà fare la rivoluzione; ma come colonna sonora per la “guerra” – mondiale o interiore che sia – di tutti i giorni non è certamente male.

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