L’incantesimo di Niccolò Fabi al Parco Tittoni

0 570

Una serata calda, un palco, una manciata di canzoni in cui perdersi. Cose vissute spesso, dall’inizio di questa estate ricca e bellissima, che quasi, sulla carta, parrebbe il caso di farci l’abitudine, senza buttarci sopra ogni volta stupore e incredulità. Cosa sarà mai, cambia l’artista, ma un concerto resta sempre solo un concerto, un insieme di note ben eseguite da professionisti del settore, non è che devi continuamente tirare in ballo le emozioni e cestinare quel filo di razionalità che ancora possiedi.

IMG-20160731-WA0039Vero. Poi, un 30 luglio qualsiasi della tua vita, caschi dentro al live di Niccolò Fabi al Parco Tittoni di Desio e trascorri due abbondanti ore con talmente tanta di quella pelle d’oca che temi te ne restino i segni, manco fossero un tatuaggio. In scaletta quasi tutti i brani del nuovo, strepitoso album Una somma di piccole cose, eseguite in rigoroso ordine e tutte d’un fiato, come da tracklist del cd: si parte con il pezzo che dà il titolo al disco, seguito da Ha perso la città e quella Facciamo finta sulla quale mi si rompono sempre gli argini degli occhi (pazzesco, potrei ascoltarla mille volte e niente, mi spezzerei comunque in due come un cracker). Filosofia agricola e Non vale più anticipano la bellissima Una mano sugli occhi, con Niccolò al piano, a chiudere questa prima sequenza di brani, accolti dal pubblico con lunghi applausi che spesso scappano di mano e irrompono nei pezzi, come se non se ne potesse fare a meno. L’atmosfera cambia, Fabi saluta e scherza con il pubblico sulla location in cui si trova («Benvenuti a casa mia, ricordo che da piccolo giocavo nel prato e che ho sempre trovato claustrofobica questa residenza») e intona Ostinatamente, contenuta nel suo album Il giardiniere del 1997; «Uh, adesso fa le canzoni vecchie!», bisbiglia all’orecchio del marito la signora davanti a me, ed è la volta di È o non è e di Indipendente, che tanto vecchia non è ma vaglielo a spiegare, alla bionda abbarbicata al braccio dell’accompagnatore. Di nuovo al piano, e questa volta da solo, coinvolge i presenti nel ritornello di Il negozio di antiquariato, lasciando loro la gioia di cantarne il finale (Perchè l’argento sai si beve / ma l’oro si aspetta, mio personale mantra consolatorio utilizzato in svariate e molteplici occasioni), per tornare alla chitarra sull’intensa Ecco. Arriva Sedici modi di dire verde, ispirata ad una poesia brasiliana e scritta durante un viaggio in Angola, che Niccolò dedica all’organizzazione Medici con l’Africa Cuamm, a cui è legato da diverso tempo, e continua il suo viaggio con Oriente e Vento d’estate. 

IMG-20160731-WA0035Sul palco con lui ci sono Matteo Giai al basso, Filippo Cornaglia alla batteria, Damir Nefat alla chitarra e il bravissimo Alberto Bianco, trentaduenne cantautore di talento dal sorriso contagioso (si diverte sul palco, è una meraviglia guardarlo), ringraziati e presentati a più riprese durante il live. Niccolò racconta del fortunatissimo Il padrone della festa, disco registrato nel 2014 con Daniele Silvestri e Max Gazzè e dell’esperienza maturata con loro, dicendo che tutti i cantautori sono fondamentalmente egocentrici, e il lavoro di gruppo non può che far loro del bene: «Nella vita il cantautore rischia di diventare un essere infrequentabile, quindi l’aver mischiato idee, penne, baffi e barbe ci ha sicuramente migliorati molto», scegliendo di eseguire Giovanni senza terra. Solo un uomo arriva, trascinandosi dietro Costruire, un vero e proprio capolavoro, uno di quei brani che ti scelgono a prescindere e ti annientano di bellezza, Offeso, che tutti ricordiamo per il duetto con Fiorella Mannoia contenuto nel disco La cura del tempo del 2003 e la travolgente Lasciarsi un giorno a Roma (cosa dicevamo, a proposito dei mantra?).

I musicisti escono per pochissimi minuti, al rientro c’è solo Niccolò, che si siede al piano e, emozionando tutti, diffonde nell’aria Vince chi molla, nona traccia della sua ultima fatica discografica, portata a termine «Senza nessun altro interlocutore se non i miei abissi, e il fatto che, malgrado ciò, tutto questo sia arrivato a voi in maniera così forte mi gratifica tantissimo. Credo che la definizione di successo per un cantautore sia proprio questa, la libertà che incontra il gradimento». Un lungo applauso e il palco è tutto per Bianco e per la sua Aeroplano, prova inconfutabile di bravura e maestria, in medley con Una buona idea, sulla quale la band si congeda.

Ma c’è ancora il tempo per una canzone, e il compito diIMG-20160731-WA0009 chiudere spetta a Lontano da me, che sul finale si arrotola sulle note di Take me home, Country Roads di John Denver. Salutano davvero, questa volta, inchini e abbracci, mentre noi, con le mani spellate a furia di applaudire, siamo già in crisi di astinenza.

Dopo è tutto un raccontarsi, incontrare amici e scambiarsi opinioni su quanto abbiamo appena vissuto, con la contentezza di chi ha visto, sentito e goduto appieno la passione e l’incanto di chi sa fare musica, e la sa fare bene.

Non è cosa ma come / è una questione di stile.

E accidenti, se lo è.

(Un sentito grazie a Marco Longoni per gli scatti)

 

Lascia un commento