Les Fleurs Des Maladives, storia della resurrezione del rock (e non solo) all’Arci Ohibò di Milano

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Marzo, giorno 25, ore 20.30 suppergiù. Milano, esterno pioggia battente. Tre figure si aggirano, spaesate e molto più che umide, alla ricerca di riparo e conforto gastronomico che possa piacevolmente traghettarli verso il momento in cui, all’Arci Ohibò, parteciperanno al release party de Il rock è morto, il nuovo disco de Les Fleurs des Maladives. La sciagurata, di cui non faremo il nome (ma ad occhi attenti non sfuggirà l’evidente riferimento autobiografico), trascina, con la consueta capacità di persuasione tipicamente femminile, i due malcapitati (fradici e affamati, quindi totalmente inabilitati al giudizio critico e imparziale) all’interno di un ristorante, a pochi metri al locale, motivando la scelta con un comprensibilissimo e decisamente inattaccabile «Da fuori sembra carino».

Del tutto ignari della disgrazia che di lì a poco si abbatterà su di loro, i tapini sfogliano un ricco menù, conversando amabilmente e pregustando la serata che si apre, deliziosa, davanti ai loro occhi. Dopo un tempo che pare interminabile (ma, si sa, quando si ha fame ogni attesa lo è) il trio ordina una sostanziosa cena e già dal preludio comprende di aver commesso un tragico, fatale errore. Giungono al desco pietanze dall’inquietante aspetto e forma, ma gli sfortunati, fiduciosi nel genere umano come il migliore dei Mengoni, vi si avventano sopra come fosse l’unico cibo, scoprendo immediatamente di aver raggiunto picchi ineguagliabili di criminalità culinaria, che pagheranno nelle ore e, probabilmente, nei bui anni a venire, in cui l’apparato digerente dialogherà con i neuroni sopravvissuti, coniando neologismi che suoneranno tutti più o meno come la tipica espressione oxfordiana ma li mortacci tua.

Evitando il caffè con lo stesso terrore che infondevano i monatti nei Promessi Sposi, al termine della cena i nostri si trascinano, gonfi e in preda a un’alitosi responsabile dell’ennesimo allargamento del buco dell’ozono, verso l’Ohibò, e già solo entrando si respira un’aria diversa (più che altro si succhia ossigeno, vista la battaglia gastroenterica che si sta consumando dentro di loro). La bellezza di facce amiche e sorridenti, l’atmosfera carica di energia e il luogo davvero accogliente (uno degli Arci migliori di Milano, a mio avviso) regalano sollievo ai tre reduci, pronti ora a godersi quella che si rivelerà una serata ricca di rock suonato bene, dai volumi che scompigliano la pelle e i sentimenti.

Aprono i Fitzcataldo, trio milanese dalle sonorità intense e sperimentali, che prendono per mano il pubblico e lo guidano egregiamente all’interno di un post-rock contaminato da melodie fresche e accattivanti, preparando i presenti all’impatto incredibile con La distruzione targata Les Fleurs des Maladives. Davide Noseda (chitarra e voce), Ugo Canitano (basso e cori) e Alberto Maccarrone (batteria) si presentano sul palco, indossando le maschere da gorilla del video del loro primo singolo, ed eseguono Rock’n’roll, la prima traccia del loro nuovo album, disegnando con potenza e chiara determinazione il concetto che il rock non è affatto morto, se si sa come farlo. Homo Sapiens e Medioevo, contenuta nell’omonimo disco precedente, scatenano un delirio ritmico positivo e selvaggio, che prosegue con Naba design blues e l’irriverente La grande truffa dell’indie-rock.

Un richiamo alla necessità di non uniformarsi, cercando sempre la qualità del pensiero autonomo e delle scelte consapevoli, anticipa Vittime della moda, cantata a squarciagola dai presenti, che lascia posto alla forza poetica di Chernobyl, sulla quale fa il suo ingresso il colore necessario della chitarra di Max Zanotti (Deasonika), produttore artistico e musicista di eccezionale caratura.

A Zanotti si aggiunge il carisma dirompente di Alteria, una delle voci rock e front woman più apprezzate del panorama musicale italiano, nell’esplosiva versione de Le tre verità di Lucio Battisti. Attacchi di panico e Il rock è morto, brano che dà il nome all’album, chiudono un live pogato fino all’ultima goccia di sudore, ma non è certo finita qui. La canzone del condannato, impreziosita da una citazione tratta da Recitativo (due invocazioni e un atto d’accusa) di Fabrizio De André, Amoxicillina e La fine dello spettacolo, dedicata alla memoria delle vittime della strage al Bataclan di Parigi, coronano un concerto divertente, in grado di far dimenticare (o perlomeno, andarci molto vicino) qualsiasi dramma gastronomico e capace di dimostrare, una volta di più, quanto valga la pena investire sulla musica locale, che, come nel caso de Les Fleurs Des Maladives, sa stupire ed emozionare.

Ah, se ve lo stavate chiedendo, i nostri eroi, alla fine, l’hanno sfangata in qualche maniera e sono ancora, fortunatamente, in possesso delle loro facoltà mentali e digestive (della maggioranza di esse, perlomeno). Grazie, rock&roll. Sei meglio del Maalox®. Quasi sempre.

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