Les Fleurs des Maladives e la resurrezione del rock

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Les Fleurs des Maladives approdano alla seconda prova discografica. È uscito Il rock è morto, provocatorio fin dal titolo (ma la coincidenza della dipartita di Chuck Berry suona quasi come un’estrema benedizione), provocatorio fin dalla copertina, che ritrae Mark David Chapman, l’uomo che uccise John Lennon, uno che il rock lo ha ammazzato davvero. Il disco arriva al culmine di un’attività live intensa che ha portato Davide Noseda (voce e chitarra), Ugo Canitano (basso e cori) e Alberto Maccarrone (batteria) ad affinare sempre di più il tiro necessario per canzoni drammatiche, che sparano in faccia all’ascoltatore come il trio di scimmie umane, diaboliche protagoniste del video di Homo sapiens (i primati, va precisato, sono un omaggio a Kubrick e l’idea risale a molto prima di Gabbani). Dieci canzoni per ricercare i valori profondi del rock, per trovarne ancora il senso in un presente che sembra relegare la musica a sottofondo intercambiabile. In questo senso i dieci brani, prodotti da Max Zanotti e pubblicati da Ostile Records, non possono lasciare indifferenti.

Pezzi come La grande truffa dell’indie – rock, Attacchi di panico e La canzone del condannato (con una citazione di De André) colpiscono alla testa e al ventre. Una ballata tenera e struggente come Chernobyl si contrappone all’ironia di Naba design blues (dove la Nuova accademia di belle arti di Milano diventa il simbolo del neo – conformismo anticonformista). La fine dello spettacolo, dedicata alle vittime del Bataclan, ci rammenta che il rock serve anche per ricordare, denunciare, abbracciare. Le tre verità, proprio il classico di Mogol e Battisti, con la voce di Alteria ad alternarsi a quella di Noseda, àncora alle radici con un arrangiamento di grande effetto. Il rock è morto? Alla fine, canta Davide fin dall’inizio, «Voglio solamente rock’n’roll». Il rock, parafrasando Guccini, se muore è per tre giorni, poi risorge. Il rock, se è morto, viene rimesso in piedi da dischi come questo, a calci nel culo.

Il disco verrà presentato sabato 25 marzo all’Arci Ohibò di via Brembo angolo via Benaco a Milano.

Ecco tutto l’album, brano per brano, nelle parole degli autori.

Rock’n’roll – Se il titolo dell’album è intenzionalmente provocatorio, la prima traccia del disco è una netta presa di posizione che suona come una dichiarazione d’intenti: «Voglio solamente rock’n’roll», il resto non m’importa.

Homo Sapiens – L’essere umano è l’unico animale ad avere avuto un impatto così forte sul pianeta Terra da meritarsi il nome dell’era geologica in cui vive: Antropocene (dal greco anthropos = uomo). Secondo la teoria dell’evoluzione di Darwin, la specie che ha più chance di sopravvivenza è quella che meglio si adatta ai cambiamenti: riuscirà l’Homo Sapiens ad adattarsi agli sconvolgimenti da lui stesso provocati? Lo scopriremo nella prossima era geologica.

La grande truffa dell’indie-rock – Il titolo è un riferimento ai Sex Pistols e all’album La grande truffa del rock’n’roll. Scenario diverso, stesse tematiche beffarde: i compromessi nello show business e il fingere per raggiungere il successo, utilizzando scappatoie più o meno lecite.

Attacchi di panico – Spesso i mostri che coviamo nel profondo sono la parte più umana di noi. Imparare a conoscere se stessi significa anche saper convivere con le proprie paure e ogni tanto lasciarle libere di uscire a farsi un giro. «Mostrami i tuoi mostri, amore»: abbandoniamoci a caduta libera nel vortice dei nostri incubi e vediamo quello che succede.

Chernobyl – Una storia d’amore, Guerra Fredda e radiazioni termonucleari. Una piccola poesia dove le leggi della fisica quantistica si confondono con quelle di attrazione tra atomi, corpi, pensieri ed esseri umani e dove il legame che si crea tra i due protagonisti s’irradia in un sentimento indissolubile. «Dove ci porterà quest’assoluta modernità?»: il principio d’indeterminazione di Heisenberg è metafora per l’incertezza della vita, ma il progresso che inseguiamo è in realtà un percorso che deve essere intrapreso dentro di noi.

Naba design blues – La Nuova accademia di belle arti, nota come Naba, si trova a Milano sui Navigli ed è uno dei tanti simboli della fashion culture. La studentessa di design protagonista della canzone diventa la caricatura di uno stile di vita che fa dell’omologazione una professione, con tanto di titolo di studio accademico. «Hasta el Campari siempre»: rivoluzione culturale da consumarsi all’happy hour.

La canzone del condannato – Gli ultimi pensieri e lo sfogo interiore di un uomo destinato alla condanna a morte. Una sentenza che scorre lenta come un rasoio, che priva dell’umanità tanto il condannato quanto chi lo condanna e che spinge alla ricerca di un senso di colpa quale disperato tentativo di espiazione.Il brano si conclude con una citazione da Recitativo (due invocazioni e un atto d’accusa) di Fabrizio De André.

Il rock è morto – Omologarsi al sistema in fondo ha anche i suoi vantaggi, così dopo la morte del rock’n’roll i musicisti sopravvissuti decidono che è molto meglio sacrificare la propria libertà espressiva e la propria creatività in cambio del “benessere”. Ma quando si vende l’anima, chi è il vero morto?

Le tre verità (featuring Alteria) – La voce di Alteria impreziosisce quest’omaggio a uno dei brani più visionari di Lucio Battisti. Due riff portanti che già nel 1971 anticipavano di molto atmosfere punk, new wave e post-rock; un ritornello completamente strumentale; una linea vocale dissonante e un testo scritto da Mogol che parla di bugie e tradimenti ma che offre della verità solo tre interpretazioni diverse rimettendo la decisione finale al giudizio dell’ascoltatore.

La fine dello spettacolo – La libertà d’espressione è una delle conquiste più preziose dell’uomo, che passa attraverso la musica e l’arte in generale. Confondere arte e intrattenimento, però, è un peccato dal quale tentiamo di assolverci ed è un “attentato” alla nostra stessa libertà. Il testo è stato scritto poco dopo i fatti avvenuti il 13 novembre 2015 presso il teatro Bataclan di Parigi e la canzone è dedicata alla memoria delle vittime dell’attentato.

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