Le chic et le charme di Conte agli Arcimboldi

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Trovarsi al cospetto di Paolo Conte, seppur a diversi metri di distanza, è un’emozione che difficilmente si può spiegare senza cadere in un banale elenco di aggettivi superlativi, quasi tutti assoluti. La classe e la grazia di questo artista sono figlie di un altro tempo, ma trascendono le ere e i luoghi, in un arcobaleno di bellezza che non si riesce a descrivere appieno. Il Signor Conte (perchè di un vero signore si tratta, uno di quelli con le maiuscole tutte al posto giusto), ottant’anni tra poco, portati egregiamente, elegante nel suo completo nero, sabato sera a Milano ha dimostrato, una volta di più, di che pasta è fatto e che l’età, per gli eccelsi, è solo un trascurabile dettaglio.

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Accompagnato da dieci strabilianti musicisti e polistrumentisti – Nunzio Barbieri, Lucio Caliendo, Claudio Chiara, Daniele Dall’Omo, Daniele Di Gregorio, Luca Enipeo, Massimo Pitzianti, Piergiorgio Rosso, Jino Touche e Luca Velotti  – con una sezione ritmica da togliere il fiato, sale sul palco degli Arcimboldi intonando Ratafià, seguita da una languida Sotto le stelle del jazz, nella quale i fiati dialogano dolcemente col pianoforte del maestro. Come di profuma di locali e lustrini della lontana New Orleans, Alle prese di una verde milonga giunge delicata e preziosa, un’ironica Snob strappa più di un sorriso al pubblico. Paolo non dice nulla, suona, canta e presenta i suoi, uno alla volta, alla fine di ogni pezzo. Nessun discorso, la sua esibizione è asciutta, pulita, senza fronzoli, a parlare sono solo le note e la sua voce calda e roca, che rassicura e accarezza cuore e anima. Argentina porta con sé un arrangiamento di pianoforte da far impallidire chiunque, il violino e il sax si arrotolano struggenti sul tema di Recitando, mentre l’ammiccante bossa nova di Aguaplano chiude la prima parte del concerto.

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La seconda parte si apre una quindicina di minuti dopo con Dancing, in cui il vivace tappeto percussivo sostiene l’intera armonia. L’atmosfera si colora di tango nella struggente Gioco d’azzardo, seguita da Gli impermeabili, col suo inconfondibile tocco jazz. Ogni brano viene eseguito davanti a un pubblico in rispettoso silenzio, sembra quasi che persino il rumore dei respiri possa scalfire la magia di ciò che accade sul palco, e si attende lo scemare dell’eco dell’ultima nota di ognuno di essi per esplodere in un lungo e liberatorio applauso, che Conte accoglie con brevi cenni del capo e delle mani, quasi ne fosse imbarazzato. Una malinconica Madeleine conduce alla celebre Via con me, che seduce con immutato charme, anticipando l’ipnotica Max, che si avvolge a spirale tra le mura del teatro e noi. Un’incredibile chitarra (e un incredibile chitarrista, capace di tenere un accompagnamento ritmico che avrebbe stroncato chiunque) trascina una pazzesca Diavolo rosso, nella quale gli strepitosi assoli di clarino, fisarmonica e violino si rincorrono per ben quattordici lunghissimi minuti, sbalordendo tutti. È il kazoo dello stesso Conte ad introdurre Le chic et le charme, ultimo brano di questo live, sul quale Conte lascia la scena e il sipario si chiude. L’entusiasmo dei presenti è incontenibile, la standing ovation è spontanea e doverosa, Paolo rientra e concede il bis con Tropical, poi esce di nuovo, ma non è ancora finita. C’è ancora spazio per un altro piccolo regalo, e di nuovo è Via con me, suonata ad un ritmo adatto al tempo tenuto dal pubblico (poi un giorno vi dirò anche che cosa penso di quelli che battono le mani ai concerti quando non è necessario, perchè non è mica sempre capodanno a Vienna con la marcia di Radetzky), sulla quale non si può fare a meno di cantare. Paolo fa un cenno al pubblico, il sipario si chiude ancora, per riaprirsi subito dopo, con il maestro che avanza a bordo palco per raccogliere una rosa che qualcuno ha depositato lì, come un timido e affettuoso omaggio al suo sconfinato talento.

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È impossibile non parlare, sulla strada di casa, di questo concerto, increduli e grati di quanto ci si è appena appiccicato alle ossa e che difficilmente si potrà dimenticare, uno spettacolo che vale in pieno il prezzo del biglietto. L’unica nota stonata, ahimè, riguarda il teatro, e lo dico con vero dispiacere. Gli Arcimboldi sono un luogo davvero bello, comodo da raggiungere e con un’acustica gradevole, ma forse bisognerebbe avere un occhio di riguardo in più per il pubblico pagante, soprattutto da parte delle maschere, che purtroppo, non sempre brillano per gentilezza e simpatia. Ma si sa, nessuno è perfetto. Eccetto Paolo Conte. Lui, alla perfezione, si avvicina assai. Fortunati noi.

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