L’alieno di Paolo Benvegnù invade Parco Tittoni

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Luna piena o quasi, al Parco Tittoni. Una stellata da invidia sopra le nostre teste. Noi, seduti, in attesa di Paolo Benvegnù e del suo Cronoillogical solitudo tour, dai quali ci aspettiamo una performance di grande spessore.

Una manciata di minuti prima delle dieci sale sul palco, senza chitarra, e, presentando ciò che andrà a fare di lì a poco, propone al pubblico di scegliere tra uno spettacolo comico intervallato da brani tragici o una lunga tragedia, esortando a preferire la comicità («Anche se non ho la mimica di Buster Keaton»).

Dopo questa premessa, quel che accade è qualcosa che mai ci saremmo aspettati. Citando Asimov, Paolo racconta la storia di un uomo «dotato di poche sinapsi e capace di esprimersi solo cantando» rapito da un alieno (ecco spiegate le stelle), proveniente dal pianeta Baal, con l’intento di studiarlo per capire come conquistare la Terra. Interagendo con le voci dei personaggi, Benvegnù mima e interpreta le loro parole, suscitando momenti di sincera ilarità e alleggerendo l’atmosfera, che diventa intensa e solida appena indossa la chitarra acustica. I am the ocean (contenuta nell’album Armstrong, scritto con gli Scisma nel 1999) e Andromeda Maria (dall’album Hermann) incantano il pubblico, su Simmetrie accuso un mancamento emozionale (al solito, direte voi), Il nemico fa cantare l’intera platea.

È un continuo alternarsi di sketch e canzoni, l’alieno interroga l’uomo sulle sue abitudini, mettendone a nudo imperfezioni e fragilità. Lui, l’uomo, mostra tutto lo stupore, l’imbarazzo e l’ineluttabilità della sua condizione, ma anche la grande capacità di non essere poi così autoreferenziale come appare. Nel silenzio, Suggestionabili e Catherine restituiscono talmente tanta meraviglia da risultare quasi dolorose. Paolo è in forma, vocalmente parlando, non ne sbaglia una, perfetto nelle note gravi così come nelle acute, e si concede il lusso (perchè può permetterselo) di giocare tra i semitoni con sfacciata disinvoltura. L’alieno inizia a vacillare, l’idea di invadere la Terra non sembra così allettante, man mano che conosce questa umanità. Love is talking e Quando passa lei parlano di nuovo d’amore e d’arresa, Hannah e Una nuova innocenza anticipano una strepitosa Cerchi nell’acqua (mancamento numero due), che strappa applausi e grida. L’alieno si scontra con la televisione, la pubblicità, Biagio Antonacci e tanto altro, è più frastornato dell’uomo, non sa più a cosa pensare. Poi arriva È solo un sogno, seguita da una ironicissima Troppo poco intelligente e l’alieno desiste, saluta l’uomo e torna sul suo pianeta. Qui si conclude lo spettacolo, Paolo scende dal palco, mentre il pubblico invoca il bis a gran voce.

Pochissimi minuti e lui è di nuovo lì, a rimproverare scherzosamente i presenti perchè «Pensavo di essermela cavata così, invece no», e, proclamandosi «Vero erede di Claudio Villa» accenna le prime note di Binario prima di eseguire La schiena, forse il brano più sensuale della sua produzione artistica e Il mare verticale, il mio mancamento numero tre. Ma non finisce qui, perchè la chiusura di questo notevole concerto spetta a Hurt dei Nine Inch Nails, classe 1994. Termina col sorriso, Paolo, e ringrazia tutti per «Il conforto e la bellezza» prima di lasciare la scena.

Paolo in una veste nuova, Paolo negli abiti che amiamo, Paolo che ride e fa sorridere, Paolo che commuove e lenisce, Paolo che si prende in giro e fa sul serio. Leziosità e talento, esperienza e un tocco naïf fanno di questa serata qualcosa di raro e prezioso, come un cammeo da portare in bella vista sul bavero della giacca migliore. E magari,  perchè no, vantarsene anche.

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